NON SEMPRE … THE SHOW MUST GO ON.

In bilico. In attesa di risposte, di direttive, di poter programmare una vita normale. In tempi di pandemia tutte queste cose sembrano inattuabili. E lo diventano soprattutto quando chi, in teoria, dovrebbe darti delle direttive, latita. Colpevolmente latita. Da quattro mesi e una settimana. Questo è il tempo che ci separa dall’ultima partita giocata su un campo da calcio. Questo il lasso di tempo avuto dai vertici federali (di qualsiasi ordine e grado) per poter ipotizzare, almeno, o provare a scrivere diversi scenari sull’eventuale ripresa di un campionato di calcio, l’Eccellenza, a cavallo tra il dilettantismo puro e quel campionato Nazionale di serie D che urla a gran voce la sua richiesta di poter avere le vincenti per rispettare format e regolarità. Sembra di vivere in una bolla, l’unica possibile nei dilettanti, come se attorno a noi non stesse succedendo la catastrofe. E’ notizia di questo primo pomeriggio che probabilmente le scuole chiuderanno nuovamente da lunedì. Si, perché il virus bastardo e le sue varianti, stanno attaccando anche i più piccoli. E questo non è un bel segnale. Non lascia sperare nulla di buono. Quindi didattica a distanza, l’ormai tristemente famosa DAD, che costringerà le famiglie ad altri sacrifici e castrerà per l’ennesima volta il diritto allo studio, alla socialità, ad una vita normale, anche i più piccoli.

E in tutto questo, c’è gente che ancora crede che sia giusto far ripartire il calcio. in queste condizioni solo un folle, solo delle persone con poca sanità mentale, possono pensare di fregarsene di tutto e andare avanti per la loro strada. Probabilmente farebbe bene, dal punto di vista della salute psicofisica di molti atleti, allenatori, dirigenti e quant’altro, riprendere. Ma a che prezzo? Facendo finta che non esista un problema di salute pubblica mondiale? Mi sembra di sognare, di vivere però un incuboi senza potersi svegliare. In questi mesi si è parlato molto e agito poco. Le farneticanti ipotesi di ripresa si sono susseguite senza sosta, partendo dal poter ricominciare da dove ci siamo fermati, passando per l’ipotesi di terminare il solo girone di andata e arrivando alla fantascientifica ipotesi di creare dei gironi “scudetto” tra le squadre che liberamente decidono di giocarsi la possibilità di essee promosse. Tutto questo senza accenni a protocolli precisi e adeguati, soprattutto, alle caratteristiche di questa categoria che, come da regolamento, non prevede ad esempio l’obbligatorietà di avere un medico sociale o personale formato per questa emergenza. Non è stata nemmeno presa in considerazione l’idea di poter organizzare dei corsi o dei virtual meeting in grado di rendere edotti i più sulle conseguenze che un contagio potrebbe avere sui vari componenti dei gruppi squadra. Perchè qui si da per scontato che alla ripresa nessuno sarà positivo si dà per scontato che noi dilettanti saremo più fortunati dei professionisti (il Torino mi sembra sia un caso eclatante, ma anche Juventus costretta alla doppia bolla per la positività di un componente lo staff) nell’essere immuni al virus, senza tra l’altro la possibilità di isolare davvero i nostri atleti, visto che notoriamente vanno a scuola, lavorano e hanno una famiglia. Già, la famiglia. Composta non solo da giovani sani, ma magari da persone anziane o con problemi di varia natura, più esposte, secondo le evidenze, al contagio da COVID, E, come avrete notato, non ho nemmeno accennato alla parte meramente economica, all’aggravio di spese per la gestione dei protocolli. E non ho parlato del fatto che, molte delle società, hanno nel loro organico persone anziane, volontari che magari non se la sentono di rischiare la loro salute per chissà quale obiettivo stagionale.

Inoltre: siamo ormai a marzo, tra due giorni ci sarà un consiglio federale che, presumibilmente, dopo la figuraccia fatta per il mancato recapito della richiesta a CONI del riconoscimento di questa categoria come di interesse nazionale, farà di tutto per salvare la faccia. E sempre nel mentre, assistiamo da ormai molti giorni, alla ripresa delle attività del CSI, che tra allenamenti e amichevoli, ha anche pubblicato i calendari per la ripresa delle attività ad aprile. Ma, la domanda sorge spontanea: con che protocolli? Ad oggi sembra nessuno. Noi attendiamo di sapere se e quante volte dovremo sottoporci a tamponi, sierologici e quant’altro, andando ad incrementare il lavoro già da fuori di testa dei centri medici che, tra tamponi e vaccini sono al collasso da tempo. The show must go on. Qualcuno lo pensa davvero ancora? Io credo che oltre al Covid si stia diffondendo, a questo punto, un virus letale per la materia cerebrale dei più. Sono la prima ad amare follemente questo sport. Ma di fronte a certe situazioni è giusto dare il giusto valore e la giusta scala di priorità alle cose. E in questo momento, dove le attività del nostro territorio, che ricordo, vivono sul turismo, sono in ginocchio, IN GINOCCHIO, mi chiedo: con che coraggio facciamo finta di niente? Con che coraggio posso guardare in faccia i proprietari di ristoranti, alberghi, negozi,palestre e sostenere che sia giusto ripartire con un campionato di calcio che ormai, è assolutamente falsato? Con che coraggio posso chiedere aiuto a loro, come normalmente accade, per la gestione delle stagioni sportive? Con che assurda arroganza possiamo fare finta che tutto questo non interessi anche noi?

E poi, ci rendiamo conto che se prima andare al campo era un piacere, ora potrebbe diventare causa di ansia e paura?

Io mi chiedo se qualcuno riuscirà a prendere una decisione da sano di mente o se, per l’ennesima volta, dovremo raccontare che siamo in balìa di persone non in grado di capire le realtà che governano.

NON VIVERE PER NON MORIRE?

Andiamo avanti così almeno da un anno, ormai. Senza una normale vita sociale. Senza la libertà di poter decidere cosa fare. Condizione necessaria per provare a rallentare l’ondata di contagi da Covid-19. Il bene più grande, il bene comune, è ciò che fa accettare, anche se non proprio di buon grado, queste limitazioni. Si accetta ciò che viene imposto quando si individua l’obiettivo finale che, come appena scritto, deve abbracciare il bene del maggior numero di persone. Ma ci sono tante incongruenze in questo periodo di mancanza di libertà personale.

Parto dal presupposto che mi ritengo privilegiata. Lavoro in un ambito che, fortunatamente, non si è fermato. E di questi tempi poter avere la certezza di non doversi preoccupare anche di come arrivare a alla fine del mese, è un enorme privilegio. Rimane peraltro il rischio di essere soggetti a contatti che potrebbero indurre ad un contagio: ma ci sono i protocolli, le sane abitudini che ormai fanno parte delle nostre giornate. Mascherina, igienizzante per le mani, rispetto delle distanze. Tutte cose che così enumerate sono facili da attuare. Gesti indispensabili per preservare la propria e l’altrui salute.

Ma, come mi aveva scritto una cara amica: “Per quanto tempo si può non vivere per non morire?”.

Perchè indubbiamente questa è una vita atipica.

Non mi spaventa l’isolamento, anzi, ho ripreso abitudini e spendo più tempo per me stessa. Al punto di far fatica a pensare che magari, tra un po’, la mia vita tornerà frenetica come quella di un tempo. Egoisticamente io così non è che viva così male. Poi però andiamo ad analizzare il lato sociale, caratteristica predominante dell’essere umani, e il vuoto che si crea attorno ad ognuno di noi è paradossalmente ingombrante.

E in questo grande vuoto colloco la mia passione più grande. Quella per il calcio. Quella che ha nutrito la mia vita negli ultimi trent’anni. Prima come sportiva, poi come giornalista e dirigente di una società. Mi manca il lato umano del calcio, quello nel quale ci butti la condivisione di gioie e dolori, di vittorie e sconfitte, quel lato tanto fondamentale che, senza, non si potrebbe parlare dello sport più bello del mondo. Rimane il calcio visto in tv, che come una sorta di placebo anestetizza la mancanza del campo, dello spogliatoio, dei rapporti umani collegati con tutto questo grande movimento.

Ogni giorno mi pongo la stessa domanda: cosa mi manca di più?

Di certo, con queste temperature, non mi manca il dovermi sedere su una fredda tribuna in attesa del fischio d’inizio.

Ma forse no.

Di certo non mi manca rientrare tutte le sere ben oltre il mio orario di ufficio, perchè passo al campo dai miei ragazzi.

Ma forse no.

Di certo non mi mancano le ore al telefono ad organizzare cose, eventi, persone.

Ma forse no.

E tutti questi forse diventano una grande certezza: mi manca il calcio come manca l’ossigeno su Marte. Senza non puoi respirare.

Ma in questo periodo storico, non dipende da me, non dipende nemmeno dagli organi del governo calcistico, attuare una ripresa, ipotizzare una data. Dipende da tutti noi osservare con attenzione le indicazioni che ci vengono date per limitare i danni.

E qui potrebbe aprirsi un capitolo nuovo di questo scritto. Le indicazioni, i protocolli, le sedute del Consiglio e le comunicazioni istituzionali quasi in seconda serata a ridosso di scadenze che stanno mettendo in ginocchio un intero Paese. L’incertezza e la mancanza di fiducia, l’approssimazione di alcune decisioni, prese talvolta per zittire le voci di gente che non ne può più dell’incertezza e della scarsa attenzione che lo stesso Stato ripone a categorie di attività in ginocchio da tempo.

Tutto e il contrario di tutto. Il gioco dei colori, le regole che hanno sempre deroghe. Le regole che non si riescono a rispettare in quanto la carenza di materiale umano le rende, di fatto, inattuabili. L’inaccessibilità, per tanti versi, agli esami di rito. I tempi troppo lunghi per accedere ai tamponi, i tempi lunghi di attesa del risultato. E le indicazioni discordanti date alle persone comuni, che spesso usando il loro personale buonsenso, agiscono per il bene altrui, sacrificando il proprio. Non si contano i cortocircuiti nella gestione dei contatti con positivi. Non si capisce cosa fare, chi interpellare, da chi aspettarsi un aiuto o una informazione. E intanto passano i mesi, intanto ritorniamo alla speranza che con l’aumento delle ore di luce e l’alzarsi delle temperature, il virus possa mollare la presa e darci un po’ di tregua. Ma poi cosa aspettarsi?

Bonus vacanze? Bonus monopattini? O magari la lezione è servita e si intraprenderanno strategie per investire sulla nostra scalcinata sanità nazionale? Magari riusciremo ad avere la certezza che pure in caso di ritorno del virus, avremo un esercito pronto a combatterlo?

La speranza del vaccino per ora è l’unica luce alla fine del tunnel. Nella speranza che almeno da questo punto di vista, questo Paese si comporti in maniera responsabile.

#NONFERMATECI

Una domenica paradossale. Lo Stresa ha giocato. Ha giocato perché è stato messo in sicurezza. Ha giocato perché dopo le avvisaglie delle scorse settimane i ragazzi sono stati sottoposti a tampone. Ha giocato perché sono tutti negativi e quindi non c’era motivo per cui fermarsi. Fa parte di questo anno assurdo. Fa parte del gioco dover mettere in conto di avere delle attenzioni particolari in questo contesto di pandemia. I numeri ci dicono che i contagi sono in aumento, ma ci dicono anche che devono essere interpretati in modo diverso rispetto alla scorsa primavera. Ci sono dei morti. Sui quali non bisogna assolutamente fare ipotesi. Sono persone che contratto il virus non ce l’hanno fatta. Non si possono ignorare. Ma tra i tanti positivi, c’è una percentuale molto alta di asintomatici. Che devono essere considerati come un dato nuovo, rispetto agli algoritmi che tracciavano curve in impennata tra marzo ed aprile. Bisogna avere l’onestà di ammettere che abbiamo un grandissimo problema, ma che non è affrontabile nello stesso modo di qualche mese fa. In pieno lockdown, tra marzo ed aprile, la paura, giustificata, ci ha consentito di proseguire la nostra limitata vita. Limitata nelle libertà personali più strette. Abbiamo stretto i denti. Siamo riusciti a sopravvivere. E non è un’esagerazione parlare di sopravvivenza. Le attività additate come possibili untrici si sono adeguate alle normative. Ristoranti, palestre, piscine, bar…. il problema non sono loro, ma le persone che questi posti li frequentano. Abbiamo chiuso scuole di ogni ordine e grado, limitato spostamenti, impedito di frequentare gli affetti più cari. Lo abbiamo accettato. Perché avevamo la speranza di poter contenere una seconda ondata. Nella nostra testa sapevamo che ci stavamo riorganizzando. Stavamo… o meglio, qualcuno si è organizzato. I ristoranti hanno dimezzato i coperti, le palestre hanno introdotto comportamenti in linea con i protocolli. E il Governo? Il governo ci ha promesso terapie intensive rinforzate, assunzioni di personale medico, banchi con le rotelle. Le uniche rotelle in circolazione però sono state quelle dei monopattini, che hanno invaso le nostre città. Le rotelle e gli ingranaggi di chi ci governa non sono riuscite a prevedere un potenziamento dei mezzi pubblici, un approvvigionamento di tamponi o test in grado di dare risposte ai cittadini che potevano averne la necessità. Si è creata una crepa sociale: tra chi si può permettere di effettuare i controlli e chi invece si deve muovere a tentoni tra le intricate procedure del servizio sanitario dello stato. Nel frattempo l’estate, le vacanze, le frontiere aperte, la riapertura delle scuole e i bus e le metro e i treni pieni zeppi. Pieni, affollati e colmi di persone con poco senso civico. Io non ho mai amato la mascherina, mi sono sempre però conformata alle norme. Se entro in contatto con qualcuno la uso, se sono sola, la tengo in borsa. Eppure quello che dovrebbe essere un comportamento responsabile, civilmente inappuntabile, è diventata utopia. E quindi ecco l’impennata delle curve dei contagi, numeri che esplodono ogni sera nelle dirette dei telegiornali e un Governo che dimostra di non non sapere che pesci prendere. Hanno riso in faccia a Bertolaso per il centro Covid in Fiera, salvo poi ringraziarlo per la lungimirante poca fiducia nelle istituzioni. Perché di questo, purtroppo stiamo parlando. Il nostro Governo non si è dimostrato all’altezza del suo mandato. Ma nessuno sembra potersi alzare dalla propria poltrona. E ora? Ora? Ora si chiude. “Non ci sarà un altro lockdown” ci avevano promesso. Promesse al vento. Perché non chiude tutto, ma qualcuno, molti, chiudono e non sapranno come sopravvivere. Perché chi vive con una palestra, con una piscina, con un ristorante (che deve chiudere i battenti dalle 18), qualche difficoltà ad arrivare alla fine del mese ce l’avrà. “E tu che soluzione proponi?” Io? Io non devo proporre soluzioni, non sono nei miei compiti, le soluzioni. Di certo osservo attorno a me quello che succede. Hanno fermato lo sport dilettantistico. Nel mio caso il calcio. Ma quanti contagi effettivi ha prodotto il calcio in sé? Siamo stati accorti, attenti, ligi alle norme. Come doveva fare chiunque. Anche ad un controllo siamo stati impeccabili. Ma i casi di Covid che sono arrivati nel nostro mondo, arrivano da fuori. Da tutte quelle criticità già enumerate. E allora cosa dovremmo fare, tacere? Ci fermiamo, perché siamo civilmente responsabili, perché sappiamo che nel nostro essere dilettanti siamo più soggetti a rischi. Ci fermiamo perché ci impongono di farlo. Ma non puntateci contro il dito. Siete voi, siete voi accidenti che ci obbligate a fermarci. Voi con i vostri comportamenti infantili e istintivi, non supportati da ragione alcuna. Voi che non sapete rispettare le norme della civile convivenza in tempi di crisi. Voi che non ci consentite di avere il rispetto delle istituzioni. Quando ero piccola, quando parlava il Presidente della Repubblica, il Preside, il Medico e chiunque avesse un ruolo sociale riconosciuto, lo ascoltavo. Non avevo bisogno di influencer per farmi dire: metti la mascherina, è importante per la salute di tutti. E concludo quello che è ovviamente uno sfogo a caldo. Per fare il mio lavoro, sono tenuta ad avere un titolo di studio, a fare aggiornamenti, a comportarmi in un modo adeguato a ciò che le norme professionali impongono. I medici che ci salvano la vita, sono laureati, si prendono delle responsabilità, conoscono i problemi e cercano di superarli con tutte le competenze acquisite nel loro percorso. A loro va tutta la nostra stima, perché lavorano in condizioni da terzo mondo, in uno dei paesi con le eccellenze più rinomate nel mondo. Ecco, non è una mera questione di titoli ed esami, però un pensiero anche a questo aspetto, ora è inevitabile. Perché forse, per sedersi sugli scranni della politica, sarebbe ora di istituire un bel test di ingresso. E in quel caso avreste ragione e tutta l’autorità per fermarci.

CIAO SIMO.

Sono davanti a questo schermo nero. Nero come il destino che ti ha travolto e portato via. Nero come la notte che ha ingoiato te e Matteo, in quello che è stato il vostro ultimo viaggio su questa terra. Maledetta. Ho cercato tra le foto il tuo sorriso. Il tuo segno distintivo. La gentilezza e il tuo essere una persona perbene la conoscono tutti. Ho ritrovato attimi di vita condivisa, negli spogliatoi del nostro Stresa, che ti hanno visto protagonista. Su quel campo hai passato gran parte della tua giovinezza. Hai calcato scene importanti e sei arrivato da noi con la tua esperienza e il tuo essere leader. Perchè di esperienze ne hai fatte tante, a partire dal mio Milan. Grazie al tuo gol dopo 39 anni il Milan ha vinto il Viareggio. E poi il professionismo, in serie C e piano piano ti sei avvicinato a noi, comuni mortali. Mi ricordo ancora quella maglia lanciata in tribuna a Borgaro, nell’ultimo capitolo di una stagione esaltante. E quella maglia è nel mio cassetto. Avete deciso di regalarla proprio a me. Con un sorriso ricordo i lamenti del nostro magazziniere, perchè non capiva il motivo per cui la nostra muta Blues fosse stata moncata. “Ha lanciato la maglia in tribuna – gli avevo detto- ma tanto era l’ultima partita”. E quella maglia questa sera la riporrò nei ricordi indelebili.

Anche le mie dita stanno facendo fatica a comporre queste parole. Perché sembra tutto irreale, sembra tutto così impossibile. Svegliatemi e ditemi che è solo un incubo.

La realtà invece è che il destino ti ha strappato alle persone che hanno avuto la grande fortuna di averti nelle loro vite. Non riesco a pensare al dolore che ora ci accomuna. Non è giusto. Non è giusta la vita. Che priva il mondo di due ragazzi nel pieno della loro giovinezza.

Non ho altre parole da poter usare in questo momento. Affronta il tuo viaggio, Simonluca. Ma non sarai mai solo.

ROBERTO SALZANO: UNA VITA DA BOMBER

Una vita da bomber. Un po’ nomade, alla ricerca del giusto mix tra passione e lavoro. Ecco chi è Roberto Salzano, che nel corso della sua carriera, nonostante i pregiudizi (ma quando mi dicono che sono finito, mi caricano!) ha lasciato il segno 229 volte! “Stresa era la scelta, non un’opzione” queste le prime parole da Blues di Roberto Salzano, che nel corso delle scorse settimane si è seduto a più di un tavolo per programmare a prossima stagione. Ha rifiutato anche la possibilità di giocare in serie D, ma aveva le idee chiare. “Lo Stresa mi ha chiamato, cercato, voluto fortemente. Una delle piazze sane di questo calcio, alle quali non si può dire di no. Quando abbiamo avuto il primo incontro, ci siamo trovati da subito in sintonia. Ritrovo mister Rotolo, con cui ho già lavorato nel corso degli anni, ritrovo molti giocatori che conosco, sia perché abbiamo giocato insieme, sia perché li ho vissuti da avversario. La sensazione è che si stia formando un gruppo coeso ed equilibrato. Quello che ci vuole anche per chi, nel mio ruolo, ha bisogno di una squadra solida per potersi esprimere al meglio”. Salzano ha segnato in carriera 229 gol e l’idea di arrivare a cifra tonda lo alletta : “sarebbe davvero un traguardo importante e raggiungere i 250 gol con lo Stresa significherebbe che abbiamo fatto tutti un’ottima stagione”. Lo hanno chiamato il giocatore “vagabondo”, perché aveva il vizio di cambiare casacca anche nel corso della stessa stagione. Poi l’innamoramento con il Cerano, squadra con cui ha giocato dalla Prima Categoria fino all’Eccellenza. E di certo i suoi gol hanno aiutato la formazione di Presta a fare il doppio salto di categoria. Uno all’anno, fino all’Eccellenza. Salzano nel nostro calcio, non ha bisogno di grandi presentazioni, i numeri  parlano per lui. Attaccante prolifico, seconda punta dal piede educato, un giocatore che in area sembra disegnare trame irresistibili per le difese avversarie. E non guasta nemmeno il fatto che, con davanti una barriera, lui si esalti, andando a cercare quel pertugio che porta la palla direttamente in rete. Non scomodiamo paragoni ingombranti, ma nelle sue corde ci sono la rapacità in area di Inzaghi, e la visione di gioco che rende determinanti di Ronaldo, quel CR7 a cui Salzano ruba il numero, forse anche un po’ per scaramanzia. Eppure il nostro calcio, per qualche anno, si era perso l’estro di questo giocatore.  Salzano era sparito dalle scene. Il lavoro notturno nei locali, aveva inevitabilmente cambiato le sue abitudini e fare il calciatore di giorno e lavorare la notte, sono attività tra di loro incompatibili. Se la vita è fatta di scelte, la vita gli ha messo di fronte l’opportunità di tornare  sui campi. In una sorta di amletico dubbio, ecco che Salzano si trova di fronte alla possibilità di tornare ad essere protagonista nel calcio. E così, chi lo vedeva già naufrago nel mare della vita notturna, di fronte ai numeri dei suoi gol si è dovuto ricredere. E così, anche i buontemponi, che dalla tribuna l’hanno giudicato per la stazza, hanno dovuto fare un bel mea culpa, battendosi il petto. Salzano è tornato protagonista dell’area di rigore. Con il Cerano, che l’ha in un certo senso fatto risorgere, con la Casatese e poi con il Baveno, dove è stato interrotto solo dal Coronavirus, prima di poter arrivare, nel solo campionato, in doppia cifra.

E ora a Stresa, dove sposa il progetto di una società ambiziosa, dove ritrova Giorgio Rotolo e da dove può lanciare l’ennesima sfida.  

L’URLO DIETRO AL SILENZIO

lassordante-fragore-del-silenzio-L-YL8HrdSi è fermato tutto. Un virus ha colpito la nostra terra e ha messo in ginocchio la razza umana. Tutti in ginocchio tranne i signori del Calcio, che annaspano tra decreti, norme , procedure, sanificazioni, task force e sogni di ritiri blindati per poter, nonostante tutto, nonostante tutti, ripartire e finire un campionato che, probabilmente, interessa solo loro. Nel mondo di professionisti, le società attrezzate per poter provare a ripartire non sono moltissime, ma soprattutto le grandi del calcio si trovano in difficoltà  nel dover gestire lo stupore di chi apprende che, presumibilmente, non si potrà giocare a Milano o Bergamo. Eh, già, forse le zone più colpite dal virus, non sono pronte ad ospitare qualcosa che vada oltre la normale decenza. I negozi hanno le serrande abbassate, la gente è in casa (chi più chi meno) da un mese e dieci giorni. I cani possono portar fuori i loro fortunati padroni per una passeggiatina vicino casa. Tac, un bisognino e subito di rientro. Qualcuno ha pensato di poter far lo stesso con tartarughe, coniglietti nani, gatti e compagnia cantante. La gente ha cercato di forzare la prigionia. Alcuni per protesta, altri, semplicemente, per solitudine. Sì, perché i veri fortunati in questo contesto, sono coloro che un balcone ce l’hanno, che hanno magari un piccolo giardino o un cortile, lontano da palette indiscrete pronte a fermare la brava gente (non so se fosse una fake news, ma la storia di quella famiglia che stava andando in ospedale per gli esami della piccola figlia leucemica, multata con 500 e rotti euro di multa , da qualche solerte tutore dell’ordine. mi ha provocato un conato), ma ancora lontane dal garantire il rispetto reale delle leggi e di tutte quelle norme.

Ma torniamo al motivo per cui per l’ennesima volta voglio disquisire su un argomento a me caro, o almeno, una volta a me caro, perché questa quarantena ha messo in vero subbuglio tante delle mie convinzioni.

Il calcio.

Lasciamo perdere i professionisti e le logiche dei loro palazzi. Sono un’azienda, piaccia o no, ci sono contratti da rispettare, diritti e doveri da ottemperare. Non ci riguarda. Anche se, sinceramente, l’idea di veder giocare la mia squadra a porte chiuse, costretta a guardarla in TV (se va bene), magari in uno stadio diverso dalla Scala del Calcio, non mi entusiasma.

Torniamo ai dilettanti. Sì, dilettanti. Che, etimologicamente significa “che procura o che prova diletto” in quello che fa. Il lungo silenzio della nostra Lega, comincia ad essere fragoroso. Se il presidente LND continua a sputare ipotesi per le quali, a mio avviso, non ha la giusta percezione, addirittura puntando il dito contro chi urla, da settimane, di finirla qui, con i tornei dei dilettanti, dall’altra parte, non c’è nulla che gli faccia da contraltare, se non la presa di posizione di singoli tesserati a quel movimento. Si è passati dalla fiducia iniziale, suffragata probabilmente dalla scarsa consapevolezza di ciò che stava per accadere, alla nevrosi profonda dettata dalla gravità della situazione sanitaria, che ha mischiato le carte a sfavore dei nostri governanti. Era più semplice proferire proclami all’inizio, dettando norme e regole che vedevano i Presidenti delle nostre società, i soli destinatari responsabili della salute dei propri tesserati. Certo, era più facile indicare un capro espiatorio che non provare a ragionare in prospettiva, su almeno due ipotesi. Quindi oltre a quella che prevedeva una rapida ripartenza, viziata però, come già detto, da scarsa consapevolezza dello tsunami che ci stava travolgendo, sul famoso piano B: la fine a causa di forza maggiore di questa stagione.

Invece si continua a fare ipotesi che con il dilettantismo non c’entrano per nulla. Si ipotizza di scimmiottare la serie A…. Ma avete capito che siamo dilettanti? Avete capito che siamo in balìa di eventi che ancora non siamo nemmeno in grado di controllare per la salute nostra personale?

Ma poi, stamattina, sono stata colpita da uno scenario che non avevo ancora immaginato in toto. Saprete, immagino, che anche per i collaboratori sportivi, sono stati stanziati dei fondi di solidarietà .  Il governo del calcio, chiede al governo italiano (e nella fattispecie a regioni, provincie e comuni che, forse hanno ben altro a cui pensare) di stanziare dei fondi, anche in futuro, per il calcio. Accantoniamo la farsa del bonus di 600 euro (lo stesso che percepisce il titolare di una attività, con rischio di impresa, tasse da pagare, dipendenti da gestire etc…), ma è mai possibile che la parola FINE non sia stata ancora pronunciata per aumentare il disagio, i costi, per non annullare contratti depositati, per non avere problemi legali immediati e futuri? E’ davvero possibile che le grandi nobili decadute stiano mettendo sul banco la loro forza per poter lasciare il dilettantismo mediante la vittoria del campionato, che quindi deve terminare? E’ mai possibile che nelle logiche di palazzo prevalga sempre e soltanto l’interesse per la parte economica del calcio e si abbandoni a se stessa la parte sociale? E’ mai possibile che un presidente non abbia pensato ad un piano B? E’ mai possibile che questo sia dettato dalle ambizioni personali? E’ possibile che abbia paura di perdere consensi utili nell’assemblea elettiva del vertice del nostro calcio?

Forse il Virus ha colpito anche me. Ma non il Covid-19. Forse ho contratto qualche malattia che mi fa sragionare, che sta lentamente mangiando le mie cellule cerebrali. Forse dopo una serie di settimane lontani da una vera vita, ci si sofferma in maniera più attenta alla realtà.

Forse.

Io so soltanto che il solito silenzio fragoroso non è ancora stato sostituito da parole di speranza. Perché terminare qui, mettere un punto, dire: è finita! Tutto questo potrebbe consentire a tutti noi, che per passione facciamo calcio, che con passione mettiamo le nostre vite a disposizione del calcio, di voltare pagina, leccarci e medicarci le ferite e provare a capire in che modo strutturare la nuova stagione. Perché senza quel punto, il capitolo non può iniziare, senza quel punto, la nostra mente, le nostre energie rimangono in quarantena di idee e scenari che, in questo momento, ci fanno più paura del Virus.

 

Pensieri sparsi in era di #iorestoacasa

coronavirus-3275190.660x368La nostra vita è cambiata. Un nemico invisibile ci condanna alla paura. Perchè di paura stiamo parlando. Paura per noi, per i nostri cari, per la nostra attività, per il nostro futuro. Paura, di quel tipo subdolo che si insinua dentro ogni capillare e scorre veloce, arrivando al cervello al posto dell’ossigeno.

In queste settimane di #iorestoacasa, tra i decreti sfornati ad orari impensabili e pubblicati con colpevole ritardo sugli organi ufficiali, tra conferenze stampa su social, dichiarazioni farneticanti e autocertificazioni in continua evoluzione, abbiamo assistito al crollo valoriale della nostra cara Italia. O meglio, dell’Italia tanto cara ai nostri nonni che, loro sì, hanno lottato per la Patria, tra divieti e coprifuoco che, se sgarravi, ti arrivava una pallottola tra capo e collo. Loro sì, hanno vissuto sulla loro pelle l’assenza di libertà. Loro sì hanno vissuto la fame, il razionamento del cibo, la paura del nemico visibile. Eppure hanno combattuto per le strade. A noi, come ho letto da qualche parte, hanno chiesto di stare comodamente seduti sul divano.

E invece?

In barba al divieto di uscire, per limitare il contagio, improvvisamente l’Italiano medio si scopre maratoneta, atleta professionista che non può stare tra le mura domestiche. Ci si scopre attaccati al cibo, tanto da avere le credenze e i frigor traboccanti, pur di esercitare il proprio diritto ad andare a fare la spesa.

Il tutto causato da un Paese che, nonostante le avvisaglie, nonostante l’esempio della Cina, nonostante le competenze mediche da eccellenza sviluppate sul nostro territorio, non ha nemmeno ascoltato il parere degli esperti, per affidarsi a politici improvvisati ed impreparati alla gestione di una crisi di questa portata.

Leggendo alcuni post, la mia attenzione si è soffermata sulle parole di una cara collega. Le cito a memoria, senza virgolettati, non è l’ordine delle parole, ma il concetto, ad essere importante. In questo momento, forse, avremmo preferito che nei posti di responsabilità ci fossero le persone adatte e preparate, al posto del figlio di, l’amico di, il nipote di.

E come darle torto? Come si può pensare di affidare la comunicazione di crisi a chi probabilmente ha ancora i tempi delle telecamere del Grande Fratello? Come si può pensare di usare i social prima ancora dei siti istituzionali? Che poi il canale mediatico utilizzato sia quello più frequentato, va benissimo, ma il messaggio doveva trovare la sua collocazione naturale altrove. Solo dopo poteva essere diffuso. Sarà il mio blocco nei confronti dei miracoli della tecnologia. Leggo ancora libri di carta, giornali di carta, snobbo con forza i messaggi vocali a favore del dialogo, al telefono o di persona.

I monologhi non mi sono mai piaciuti.

Ma questo è il risultato di quella lenta, ma programmata, operazione di omologazione culturale, verso il basso . Un processo innescato dai primi tagli al sistema di istruzione, un processo continuato con la limitazione della quantità dei materiali di studio, con l’introduzione dei crediti formativi, con l’abbandono del rispetto portato agli insegnanti che, in molte classi, faticano anche a farsi ascoltare da mocciosi imberbi, arroganti, presuntuosi e spalleggiati da altrettanto boriosi genitori, egocentrici e infallibili orgogliosi. Un processo che ha coinvolto le masse indistintamente, perché della massa ora fanno parte anche i nostri politici. Quindi ci troviamo con una classe dirigente che sembra essersi issata per caso sugli scranni e, con in mano un potere più grande di sé, non si accorge che senza la capacità critica, della quale negli anni il sistema ci ha privati, non è possibile veicolare nessun messaggio che non provochi reazioni sconsiderate.

Così ci accorgiamo che negli anni, i tagli alla sanità pubblica, hanno provocato più danni della peste. Ora, che avremmo bisogno della medicina di massa, ci troviamo con delle eccellenze che però non possono garantire il bene di tutti. Abbiamo indebolito la medicina anche a livello culturale, togliendole quell’autorevolezza che ci confortava e ci faceva sentire sicuri. Si sono messe in discussione le più importanti conquiste mediche, la voce dei NO VAX ha invaso le nostre menti e ha contagiato quelle meno preparate al loro messaggio. Per non parlare delle forsennate lotte degli animalisti, che nel tempo hanno attaccato laboratori per salvare quattro rane e tre cavie dalla sperimentazione. Quanti di loro ora vorrebbero avere farmaci salvavita e vaccini?

Non abbiamo più certezze. Non siamo nemmeno più in grado di distinguere una notizia vera da quella fake news tanto di moda. Una volta bastava dire “l’ha detto la televisione” ed era l’equivalente della verità autorevole di chi ne sapeva più di noi. Ora, con grande rammarico sento la gente dire: l’ho letto su Facebook.

Non sulla versione online di qualche quotidiano, no: su Facebook.

Non me ne voglia il buon Mark Elliot Zuckerberg, ideatore del social più diffuso sul globo, ma l’attendibilità di una notizia è altra cosa.

E poi, forse i nostri politici, nella loro scelta scellerata, si sono dimenticati proprio dei destinatari privilegiati del loro messaggio. Le fasce più deboli, le persone anziane, poco avvezze alla tecnologia e poco inclini a star seduti in poltrona arzilli dopo le 22. Ecco, la loro scelta ha privato in più occasioni, queste persone, dell’evoluzione dello stato del contagio. Tanto che al mattino dopo erano tranquillamente in edicola, al supermercato, in farmacia e si sono sorpresi di vedere tante serrande chiuse al martedì.

Ormai tutto questo è sfuggito al controllo. #iorestoacasa, ma qualcuno ha pensato a come farla ripartire questa Italia?

Qualcuno ha pensato alle condizioni di tutti i proprietari di quelle serrande abbassate che senza ammortizzatori sociali potrebbero finire sul lastrico? Ah, sì. 600 euro una tantum. Nemmeno l’elemosina sarebbe stata così scarna. E parliamo di una classe sociale senza grandi tutele, senza alcun paracadute. Una classe sociale che, come diceva oggi qualcuno, è la nuova classe operaia. Partite Iva per necessità e non per scelta. Con volumi d’affari talmente esigui da non permettersi nemmeno due giorni di mancato incasso. E il governo cosa fa? 600€ una tantum. Meno di quello che viene destinato per un singolo migrante, meno di quello che il Governo ha stanziato per il reddito di cittadinanza.

E poi arrivo ad un tasto, per me, molto dolente. Che addirittura mi vergogno a toccare in questo momento. Ma fa parte della mia vita. Il Calcio.

Un calcio che si è trovato in balìa di eventi e persone incapaci di prendere una posizione. Prima, come Ponzio Pilato, i vertici federali hanno scaricato la responsabilità dell’attività sui Presidenti, neo-garanti di una sicurezza sanitaria impossibile da certificare. Responsabilità penale e civile, superata poi solo dal fatto che, nei decreti a seguire, l’attività era stata semplicemente vietata. Poi i comunicati federali, che non facevano altro che ribadire, per i dilettanti, le date entro le quali i tornei avrebbero dovuto consegnare i nomi dei vincitori. Una situazione che ha provocato ulteriore paura, timore, ansia e, forse, sfiducia negli enti che governano il calcio. Un  vortice improvviso che ha risucchiato ogni energia. Che ha subito disegnato scenari imprevisti, alcuni dei quali inattuabili. Allora qualcuno ha preso posizione, nel tentativo di far capire alla Federazione che non si può giocare quando si è in guerra. Se si combatte, bisogna avere a disposizione tutte le forze necessarie e in questo momento, il calcio, non è più la priorità. Di fronte a città deserte, a sfilate di bare su camion militari, di fronte all’isolamento, alla solitudine, alla privazione della libertà: il calcio ora diventa solo un peso da voler gettare a terra. Nel nostro essere dilettanti, c’è anche la possibilità di commettere degli errori di valutazione, ma in questo caso non ce lo possiamo permettere. Nel nostro essere dilettanti c’è il coraggio di assumersi delle responsabilità, di prendere delle decisioni che possono anche far discutere. #iononscendoincampo questo poteva essere l’hashtag della presa di posizione di più di 30 presidenti che sopraffatti dall’immobilismo hanno cercato di smuovere il sistema. Oppure #iovincosulcampo, il messaggio forte di chi, nel caso in cui tutto dovesse congelarsi a questo punto dei giochi, rinuncerebbe al titolo per far prevalere lo spirito del calcio puro.

Sono di pochi giorni fa le parole di Sibilia, che dice di non prendere nemmeno in considerazione l’idea di annullare questa stagione. E di fronte a queste dichiarazioni, l’ennesima dimostrazione del pensare solo al proprio orticello, magari anche alla propria “cadrega”, per dirla nel dialetto milanese, il più colpito da questa pandemia, sai cosa ti dico, caro Sibilia?

Continuala tu la stagione. Continua tu a programmare il nostro calcio d’estate. Quando dopo mesi di isolamento avremo solo la necessità di ritornare lentamente alla normalità. Quando dopo settimane di attività chiuse dovremo pensare a come fare per recuperare il tempo perso. Quando dopo settimane di stop, dovremo capire se saremo pronti a riprogrammare una nuova stagione. Dopo che in isolamento, qualcuno dei nostri cari è morto da solo. Dovremo elaborare i lutti, come ha scritto quel grande uomo di Prandelli, prima di poter serenamente pensare di giocare a pallone.

Fate quello che volete con i professionisti: sono, appunto, dei professionisti. Il calcio è la terza azienda italiana e come tutte le aziende, se ci saranno le condizioni di sicurezza, ripartiranno. Ma noi dilettanti no. Noi dipendiamo da tutte quelle persone dietro alle saracinesche abbassate. Noi dipendiamo dalla generosità di persone che in queste settimane stanno dilapidando i loro risparmi per sopravvivere. Noi dipendiamo, per garantire la sicurezza su un campo da calcio, da quei medici che si sono immolati in questa pandemia. Noi dipendiamo dalla passione che guida ogni nostro passo. Siamo responsabili di bambini, ragazzi, intere famiglie. Se nemmeno lo Stato è in grado di metterci al sicuro da questo nemico invisibile, come possiamo pensare di farlo noi?

#iorestoacasa #incampovaccitu

STOP, SINE DIE

stopIL CALCIO AI TEMPI DEL CORONA VIRUS

Siamo in balia degli eventi. Non ci sono certezze. Non sappiamo quando, questa emergenza, avrà fine. Perché di emergenza si sta parlando, forse tardivamente e con toni ormai di allarmismo puro. Non abbiamo la certezza del fatto che ci potrà essere una fine. Le nostre speranze, per fortuna, sono in mano alla scienza e alla ricerca che, per nostra grandissima fortuna, ha delle vere eccellenze sul nostro territorio italiano. Se i nostri ricercatori riusciranno a trovare “l’antidoto” a questo maleficio, allora, forse, saremo salvi.

Il corona virus è un maledetto ospite inatteso. Perché colonizza tutto ciò che gli si pone innanzi, con una velocità disarmante. Con una facilità, anche, disarmante. La varietà dei suoi effetti, un ventaglio molto ampio di sintomi diversi e intensi a seconda del tipo di target colpito, lo fanno diventare molto pericoloso. Pericoloso perché, nella malaugurata ipotesi che riesca ad infettare gran parte della popolazione, anche solo della nostra Italia, ci troveremmo con strutture sanitarie al collasso ed impossibilitate ad ospitare i malati, che nei casi più gravi, richiedono nella cura l’ausilio della strumentazione della terapia intensiva.

Di conseguenza è assolutamente normale che il primo obiettivo  sia quello di provare ad arginare l’inevitabile  espansione del virus per evitare che il contagio si espanda in modo incontrollato e vada a colpire tutti indistintamente. Perché questo, probabilmente, è il nocciolo del problema. Non sappiamo se, nonostante misure di contenimento, riusciremo a contenere l’espandersi del virus.

Abbiamo come termine di paragone il caso Cina. Nonostante misure molto rigide, nemmeno il governo cinese è riuscito ad arginare il diffondersi dei patogeni e, ora che le maglie dell’emergenza si stanno allargando, siamo tutti in attesa di vedere cosa succederà.

Il virus, nella gran parte dei casi, si manifesta con sintomi che vengono identificati a carico dell’apparato respiratorio. Si passa dal banale raffreddore a febbre e problemi respiratori più gravi, quelli che, appunto, richiedono l’ausilio di strutture specializzate che, nel caso del contagio massivo, sarebbero assolutamente insufficienti. A differenza di una banale influenza, per la quale abbiamo sviluppato nel tempo una immunità di gruppo, per la quale abbiamo la possibilità di ricorrere a vaccini, con la quale, fondamentalmente, la maggior parte di noi convive senza grandi traumi, questo Covid19 corre libero senza ostacoli, senza marcature, senza avversari in grado di fermarlo. O almeno non ancora.

La similitudine è calcistica, volutamente. Perché con un Paese già in ginocchio dopo poche settimane, l’italiano pensa al Dio pallone. E lo faccio anche io, è normale. Siamo tutti in attesa di nuove disposizioni che ci diano delle regole chiare da seguire, alle quali ci dovremmo adeguare. Ma come affronta una piccola società di calcio, che non ha voce in capitolo nel mondo dei massimi poteri del business legato al calcio, tutta questa situazione?

Si ascolta, si legge, si cerca di interpretare, fin qui, delle norme approssimative. Troppo. Divieti sparsi nel territorio italiano a macchia di leopardo. Lombardia e Piemonte sono la zona rossa da evitare. Abbiamo assistito impotenti, anche qui, alla corsa al carrello del supermercato per fare incetta di provviste. La paura. La paura dell’ignoto, il provocato allarme dettato da strategie comunicative da asilo nido, le immagini persistenti nei salotti della televisione, anche di Stato, che mostravano la corsa all’accaparrarsi le derrate alimentari. Scene da allarme atomico.

In tutto questo, chi come noi, oltre alla responsabilità della salute personale, ha la responsabilità di organizzare e indirizzare altre persone, si trova nel marasma dell’interpretazione di ordinanze, decreti, direttive. Insomma, un gran caos!

Se ci sono delle regole, vanno rispettate, anche se non se ne capisce la ragione. Dovrebbe essere questo il modus operandi di una società eticamente responsabile.

Ora l’ultima versione del Decreto, quella “sfuggita non si sa come” dai tavoli del Governo, ha creato una situazione paradossale. L’esodo da nord a sud di persone impaurite, che però non sanno che stanno mettendo a rischio la loro terra, i loro cari, la sanità già zoppicante delle zone del Sud.

Siamo ormai in balìa degli eventi. Il grave problema è che non sappiamo se, non sappiamo quando, non sappiamo come la nostra vita riprenderà. E a cosa si dà importanza?

Al calcio! Io sono una donna di calcio, è la mia più grande passione, è parte della mia attività lavorativa, ma ho un cervello, santo cielo, che per fortuna è in grado di pensare e anche bene, talvolta.

In questi giorni i nostri Presidenti, quelli del cosiddetto calcio minore, si trovano di fronte a mille problematiche che, in autonomia non possono risolvere. Ora anche noi qui in Piemonte, nel VCO, siamo etichettati come zona rossa. Eppure, nonostante una serie di divieti e norme, non entra proprio nella testa delle persone che bisogna avere a cuore la salute nostra e del prossimo, che bisogna tutelare la salute dei nostri atleti, non i loro risultati. Che bisogna ridimensionarsi, anche. E in queste situazioni il nostro essere dilettanti, è talmente evidente che ci lascia di stucco. Ora tutto è fermo in attesa di una riunione di Lega, che si svolgerà a breve per i Dilettanti e che sarà domani per i professionisti. Bene.

Ma da alcune chiacchierate, emerge che anche i politici del pallone, non riescono a riflettere svestendosi del loro ruolo, dei loro regolamenti, dei limiti imposti ad una stagione in corso che potrebbe (e non è così utopistico pensarlo) non finire mai. In più, con il nostro egoismo irresponsabile, mettiamo in crisi potenzialmente un sistema sanitario già al collasso. Perché, se anche un giorno si dovesse riprendere, come potremmo noi chiedere un medico che possa assisterci durante le nostre attività?Con che responsabilità? Con che dispositivi? Con quali certezze oltre all’attimo in cui misurerebbe la febbre?

Siamo alla follia. Non è accettabile una situazione del genere. Perché, o ci stanno prendendo in giro, e allora questa favola presto avrà un lieto fine, oppure se la situazione è così grave come nemmeno ce la raccontano, le nostre priorità devono farci agire per il bene della nostra “famiglia”. Come un buon padre e una buona madre, farebbero con i loro figli.

I pilastri i miei pali, il cielo la traversa.

barantani_volaOggi mi sono trovata, finalmente, a scrivere di un ruolo a me molto caro. Il portiere. Ho ripercorso la mia infanzia quando, in un cortile in cui giocavano solo i maschi al pallone, io ero relegata tra i due pilastri del cancello della Lela ed ero il bersaglio preferito di quei bambini che, più grandi di me, non mi volevano in campo ad interrompere i loro duelli. Che poi il campo fosse una strada in asfalto, che poi la partita si interrompesse al passaggio di ogni macchina, questo non importava. Quello era il nostro stadio e quei due pilastri o delle felpe appallottolate erano i miei pali. La traversa non esisteva e quindi qualsiasi pallone passasse tra le due colonne, ben al di sopra della mia testa, era comunque gol. E quanto si divertivano a tirarmi mitragliate di palloni. All’inizio me la prendevo se si accanivano con la loro superiorità fisica, ma poi nel tempo ho apprezzato la sfida, diventando, anche io, un po’ più forte. Quante ginocchia sbucciate, quante volte ho detto: ora basta. Ma a volte con le lacrime che mi rigavano le guance, continuavo a giocare, perchè non potevo abbandonare la partita. Perchè tra  bambini subentrano dei meccanismi strani: se abbandoni una volta, quelli sono capaci di non farti giocare più. E poi perdi la possibilità di finire le partite ai rigori, battaglie a guardie e ladri o infinite sfide a nascondino, che quando sono diventata un pochino più grande, mi nascondevo tra i rami dei pini, mescolando i miei capelli alla resina, per la gioia di mia mamma. non avrebbe approvato, se fosse stata a guardarmi dalla finestra. Non le piaceva molto l’idea che una bambina potesse giocare a pallavolo, sport maschile secondo i suoi canoni, figuriamoci vedermi giocare a pallone. E così, per un po’ ho solo giocato in cortile, con quel pallone bianco e nero. Prima ginnastica artistica, ma non faceva per me. Con il tutu rosa o nero, sembravo la brutta copia di una balenottera. Mi divertivo, ho imparato a coordinare i movimenti. Poi la pallavolo, in ogni ruolo. Perchè da piccola ero grande, ma poi da grande, sono rimasta piccola per quello sport che a rete richiede giganti. E ad un certo punto ecco che ritorna a scorrere nelle mie vene il sacro richiamo del calcio. Ormai tifosa da anni, scopro che proprio nel mio paese c’è una squadra di calcio femminile. E allora eccomi, tra i pali (perchè coi piedi sono in grado solo di rinviare!) a rivivere quell’emozione che ho provato da piccolina. Prima nel calcio a sette, ma poi ecco l’occasione. Una squadra vera. Il mio esordio? Esattamente come tra i pilastri del cancello. Una sfida. Un torneo estivo. Il portiere titolare si fa espellere e subiamo la decisione del rigore. Il mister si gira, con aria sconsolata e mi dice: “Adesso devo mettere dentro te”. Indosso i guanti, ci sputo sopra, lo guardo negli occhi e gli dico, con tono quasi arrogante: “Io quel rigore lo paro”. Tra me e il dischetto, tutto il mondo mi passa davanti. Secondi che sembrano eterni. Cosa mi sarà mai venuto in mente… dire così al mister. Il fischio, l’impatto del piede con il pallone e io che, non chiedetemi come, quasi a saltare a muro, paro alto e mando in corner. Mi giro verso la panchina, il mister si siede, ridendo. E io finisco la partita. Il resto?

E’ tutta un’altra storia.

A PICCOLI PASSI

WhatsApp Image 2019-11-17 at 18.43.23Non scrivo da un po’. Non per mancanza di voglia, o di argomenti. Semplicemente arrivo a sera talmente stanca che l’idea di riaccendere il pc mi causa un trauma. E poi, proprio per evitare di chiudere anche la serata davanti ad uno schermo, il pc lo lascio sulla scrivania a fine giornata. Non bene per chi, di scrittura e lettura, si è sempre avidamente cibata nel corso degli anni. Anni che passano, inesorabilmente, per tutti, priorità che cambiano, percezione che non tutto può essere scritto. Il calcio, croce e delizia della mia vita, rimane tema preponderante delle mie giornate. Ho solo più impegni, più responsabilità anche, più rassegnazione e meno voglia di sgomitare e combattere. Qualcuno a queste parole, nel corso di più d’una conversazione, stenta a capire il senso profondo del malessere che provo. Forse perché la maggior parte dei miei interlocutori, fanno parte, come suol dirsi, dell’altra metà del cielo. Quell’universo maschile (e a volte maschilista) che ben si incastra nella quotidianità di ogni mio giorno, ma che talvolta mi lascia ai margini. Non posso vestire i panni di Don Chisciotte, anzi, non li voglio proprio vestire quei panni: i mulini a vento con me hanno già vinto. Ampiamente. Ma torniamo alla parte bella del mio calcio. Quella che da spettatrice osservo dagli spalti, nonostante pioggia, freddo e accidenti di varia natura. La parte bella è che i miei ragazzi hanno trovato due risultati importanti sul campo e li ho visti lottare come leoni per salvare faccia e classifica. I playoff, obiettivo stagionale, sono a pochi punti, anche se, da qui alla fine, mancano ancora tante partite. Mi hanno emozionato, i miei Blues, quando nella gara casalinga contro l’Alicese Orizzonti, ad ogni gol sono corsi verso la panchina, per stringere in un abbraccio il nostro mister. Mi hanno emozionata non tanto per il gesto, quanto per l’intensità dell’abbraccio, per gli sguardi, per l’energia che ogni volta hanno sprigionato. Questi ragazzi hanno chiaramente lanciato un messaggio: insieme tutto può succedere. Anche domenica scorsa, nel freddo tagliente di Settimo Torinese, pur con qualche difficoltà in più, il risultato è stato dalla nostra parte. E anche la fortuna, temo. Il gol che ha sbloccato la partita e che ha portato i tre punti nasce da una situazione limite, ma è vero che, se il calcio toglie, il calcio ridà. Abbiamo vinto e questo ha cancellato qualsiasi altra cosa. Abbiamo aspettato questo momento con ansia. Senza certezze. Perché lo sport non è mai una scienza esatta, anche se i numeri difficilmente raccontano una realtà visionaria. Nel calcio talvolta basta una scintilla per accendere un fuoco, magari anche solo un ritornello ripetuto a mo’ di mantra, può dare il suo contributo. Così tra zinco, ferro e piombo, i nostri Blues si sono trasformati in uomini coriacei, determinati, cinici anche. E così entra Tuveri e segna Scienza, in un duettare di arcana memoria. Un gol pesante come un macigno, un’intesa mai persa, nonostante pochi minuti insieme. Il bello della vittoria è che rende tutto più leggero, che alza in modo imperioso le asticelle personali, che colora ciò che fino al momento prima era grigio tendente al nero più buio. Un gol, tre punti, ma il pensiero è già oltre. Alla prossima partita. Un obiettivo da raggiungere (la zona pitturata, dice qualcuno) passo dopo passo, consapevoli che il primo passo da compiere è ancora quello che non abbiamo fatto.