Non c’è limite al peggio.

Firenze una volta era patria di grandi intellettuali, artisti, letterati. E ora? Il degrado culturale colpisce anche una delle culle della nostra cultura. Due episodi che lasciano l’amaro in bocca e lo sdegno nel cuore. Perchè vanno oltre i colori di una cavolo di maglietta da calcio. Le frasi apparse ieri, che subito hanno fatto il giro del mondo via web, dimostrano molte cose. Innanzitutto l’ignoranza, nel senso stretto del termine, di chi le ha scritte. Perchè dallo stile emerso su quel muro, è chiaro che l’autore non sa nemmeno chi sia Scirea o cosa sia effettivamente successo in quel maledetto stadio. L’ignoranza, nel senso più ampio del termine, coinvolge poi gruppi di disadattati culturali che siedono sugli spalti di ogni stadio. Perchè, un conto sono i cori ironici (e ricordiamoci che per essere ironici, bisogna avere una finezza intellettiva non comune) e un conto è appellarsi ai drammi del passato, senza nemmeno rendersene conto. E qui, in un momento storico dove sembra che tutto possa sfociare nel razzismo, sia esso identificato con il colore della pelle o con l’appartenenza territoriale,ci si dimentica che ci sono altrettante espressioni che corrodono l’animo di chi le ascolta e le legge. Nel giorno dedicato alla violenza sulle donne, ancora Firenze si rende protagonista in negativo con cori irripetibili nei confronti di una giocatrice che, come unico “difetto” porta la maglia bianconera. E allora ritorno alla mia idea iniziale, ovvero: non servono celebrazioni mondiali per qualcosa che dovrebbe essere parte del nostro essere: il rispetto verso chiunque, dovrebbe far parte della nostra anima, della nostra intelligenza, del nostro essere umani. E tutto questo, purtroppo, fa parte di un processo che pare inarrestabile, Quell’omologazione culturale verso punti sempre più bassi, dettata dall’assenza di regole inequivocabili, di pene certe e di esempi da seguire. Abbiamo perso in una manciata di lustri l’apparato culturale millenario.

Annunci

Carolina e Rino. Stessi colori, stessa passione.

WhatsApp Image 2018-11-03 at 20.40.17

Ognuno ha i suoi luoghi del cuore. Il mio, uno dei miei, è Milanello. Ritorno con la memoria a quel 17 marzo 2003, quando per la prima volta ne ho solcato il cancello. Non riesco ancora a dominare l’emozione, nemmeno ora, dopo 15 anni. Ogni volta devo cercare di controllare i battiti del mio cuore. In fondo dopo tanti anni, sembra ingiustificata l’emozione puerile di entrare in quello che, per molti ancora oggi, è un luogo al pari del mistico. Mercoledì sera la partita a S.Siro, contro quel Genoa che sembrava potesse addirittura far bottino. Un tocco sciagurato che fa capitolare nella nostra rete un pallone stregato. “Cavoli – dico al mio vicino di postazione – qui ci vorrebbe proprio il gol di Romagnoli, così il Capitano si toglie i fantasmi dal cuore”. E quando ormai la gente cominciava ad abbandonare gli spalti, ecco che accade ciò che ormai non ti aspetti più: Romagnoli porta in vantaggio il Diavolo, per l’apoteosi finale, per quella scarica di adrenalina che ancora sento scorrere nelle vene. Il Milan vince, Gattuso in conferenza post gara, trasuda emozione e passione in ogni sua parola. In troppi, forse, parlano di lui ancora al trapassato remoto, tornando ai tempi di quando, quel campo, lo calcava davvero. Ora si limita a percorrere un numero infinito di volte l’area tecnica, rincorrendo poi i suoi ragazzi a fine gara per un abbraccio, una pacca sul collo, un sorriso.

Dopo l’emozione, oggi il mio calcio mi dà nuovamente tregua e allora visti gli orari della conferenza, mi metto in macchina sotto la pioggia battente. Devo tornare a Milanello, voglio sentire ancora le parole di Rino. Ma non solo. Mi comunicano che dopo di lui parlerà anche Carolina Morace, il tecnico della nostra squadra femminile. Nostra: certo, perchè il rosso e il nero sono i miei colori, in qualsiasi declinazione. E la mente torna immediatamente a una trentina di anni fa, quando la Morace calcava come una tigre i campi più o meno verdi, sui quali andavano in scena i campionati femminili. Non c’era la tecnologia di oggi, le sue prodezze arrivavano a noi, che giocavamo o che eravamo in procinto di poter essere iniziate a questo sport, con il contagocce. La maggior parte delle notizie erano racconti, qualche articolo sui giornali locali. Poco altro. Poca mediaticità, tanta passione. Ma la sua grinta, la sua tenacia, la sua grande passione e il suo inimitabile modo di giocare e dominare il campo, il suo essere attaccante vera, con il club o con la maglia della nostra Nazionale, quei racconti raggiungevano anche gli spogliatoi di periferia e di certo, il suo nome lo conoscevamo tutte. Erano i tempi del Verona, del Tavagnacco, della Torres, realtà che dominavano in lungo e in largo il panorama rosa del calcio.

E così oggi arrivo a quel cancello, consapevole di poter addirittura parlare con uno dei miei miti di ragazza. Carolina l’ho incrociata altre volte, sempre in tribune di stadi calcati non più da calciatrice, ma da tecnico o inviata. L’ultima volta la ricordo benissimo. Pochi mesi fa, a Novara, durante la finale scudetto tra Juventus e Brescia. Era in cabina tv, la osservavo dalla mia postazione, senza avere il coraggio di aprire quella porta per farle anche solo un saluto. Sono fatta così, io. Vivo con molta emozione e rispetto ciò che mi circonda. Non mi piace invadere in modo dirompente lo spazio altrui. Soprattutto lo spazio sacro di persone che sono note e che suscitano in me una sorta di rispetto e sacro timore. Come se, toccando il mito, questo potesse scomparire. Insomma, oggi con quel microfono in mano mi sono anche dilungata oltremodo (scusatemi) nel cercare di esprimere un concetto e di portare la domanda su binari consoni alla grande sfida di domani. Allo stadio Ossola di Varese, che un un po’ mio lo sento ancora, va in scena Milan- Juventus. Un’occasione importante per questo calcio rosa che, rispetto a quello che si segue in altre parti di Europa, deve colmare un gap lungo almeno dieci anni. Eppure per la prima volta, dopo anni di tentativi, credo che siamo sulla strada giusta. Forse, anche, sta passando di moda l’idea di dover per forza paragonare il calcio delle Ladies con quello prettamente Maschile. L’errore più grande fatto fino ad ora. Il termine di paragone del nuovo calcio femminile, sotto l’egida della FIGC, non può e non deve essere l’omologo maschile. Altrimenti la battaglia è persa in partenza. Ma mi si consenta: dopo una breve chiacchierata con quella che è stata una delle calciatrici più rappresentative di questo movimento, su una cosa siamo d’accordo. Una cosa che però accomuna i due mondi: il calcio è diventato tutto tecnica e prestanza o preparazione fisica. Manca quel sacro ardore, quella fame di dimostrare il proprio valore, quel “ringhio” di orgoglio di fronte al pallone. Eppure proprio queste cose accomunano i due tecnici che si sono confrontati oggi. Rino e Carolina: allenatori di un calcio moderno, diverso sicuramente da quello che hanno giocato loro, con in comune la grande tenacia, la grande voglia, gli occhi della tigre di fronte all’avversario. Che poi, se mentre parlano li guardate negli occhi, la vedrete anche voi quella luce sfavillante. Quella luce che delinea la via da seguire, che può riportare un po’ di passione ad un calcio che, già privo di bandiere, potrebbe così ritrovare quei sani valori, quella competizione raccontata ormai quasi solo nelle pagine di biografie più o meno impolverate, ma che però infiammano ancora i nostri animi e ci regalano il ricordo di un’emozione profonda.

#IMPERATIVOCATEGORICO

154510-181020-22Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e accuratamente la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me e la legge morale in me. Queste due cose io non ho bisogno di cercarle e semplicemente supporle come fossero avvolte nell’oscurità […] io le vedo davanti a me e le connetto immediatamente con la coscienza della mia esistenzaI. Kant

So che sarete in più d’uno a chiedervi che nesso possa esserci  tra un pieghevole contenente notizie sulla partita odierna e, addirittura, uno dei filosofi più complessi della storia della filosofia.  Ebbene,  un nesso c’è sempre quando si parla di filosofia. Il brano di Kant  scelto è tratto dalla Critica della Ragion Pratica. Il motivo per cui mi ha sempre ispirata è  l’universalità dei concetti espressi. Soprattutto quando si parla di morale, massime ed imperativi. Alla base della morale, c’è la ragione, capace di determinare la volontà e l’azione etica. Kant nel suo trattato cerca di dimostrare che la ragione può muovere la volontà a prescindere da motivi esterni o dettati da impulsi e sensibilità.  L’azione morale, per essere tale, deve fare riferimento a regole generali universali alle quali sottostanno  massime ed imperativi. Le massime sono soggettive, mentre gli imperativi son principi oggettivi, ossia regole, doveri che non si lasciano influenzare  da aspetti emozionali o di convenienza. Gli imperativi possono essere ipotetici se determinano la volontà al raggiungimento di obiettivi. “Se vuoi vincere la gara, allenati”, ad esempio. Esistono tuttavia degli imperativi che vengono definiti  categorici “devi perché devi”, “devi e basta”. Questi non indirizzano la volontà nell’ottenimento di uno scopo, sia esso nobile,  o legato alla contingenza di emozioni e pensieri. Questi imperativi consentono all’uomo di tendere verso il sommo Bene.  Sempre Kant, rafforza i presupposti degli imperativi categorici affermando: “Agisci in modo da considerare l’umanità, sia nella tua persona, sia nella persona di ogni altro, come scopo, mai come semplice mezzo”. E ancora “ La legge morale dentro di noi non deriva da alcunché di anteriore, se non dal fatto che siamo esseri liberi, possiamo perché dobbiamo e dobbiamo perché possiamo liberamente scegliere”. Morale, esseri liberi,liberi di scegliere e di sbagliare, anche, purché ispirati da una volontà incondizionata e superiore ad ogni condizionamento effimero.

E allora partiamo dall’imperativo ipotetico, “se vuoi vincere la gara, allenati” per poi cercare di raggiungere quell’imperativo categorico “devi e basta” suffragato dalla legge morale presente ex ante dentro di noi.

Siamo consapevoli che il nostro cammino sia in salita, siamo consapevoli che il nostro percorso è ricco di ostacoli. Ma non sarà questa certezza a scardinare i nostri valori, non saranno le circostanze a modificare la nostra etica. Siamo esseri liberi ed eticamente e moralmente consapevoli. Tendiamo ad uno scopo, non fermiamoci alla banale scelta del mezzo mediante il quale ottenerlo.

(da “Noi dello Stresa” partita Stresa – Sanremo sospesa per campo allagato. Autore: Giulia Polloli)

 

Perchè per la vittoria… ci vuole Fede!

giulia_fede_borgaroNon è stata una settimana facile. La partita di Borgaro arriva al culmine di un periodo intenso, le sfide si susseguono giorno dopo giorno. E giorno dopo giorno si affronta ogni cosa, facendo ricorso ad ogni energia. Poi capita anche che le riserve finiscano e ci si aggrappa all’ultima goccia di adrenalina per superare l’ultimo ostacolo. Borgaro e Stresa si affrontano alla quinta giornata di questo campionato di serie D. Un cammino da matricola per lo Stresa, costellato di molte buone sensazioni e prestazioni, ma ancora privo di quella vittoria che aiuta a percorrere la settimana. I tre punti sono l’equivalente del sacchettino di monete d’oro nei videogiochi, o della vita in più che ti consente di passare al livello successivo. Un cammino che ha messo di fronte i miei Blues a squadre blasonate che, non  caso ( o forse si? chi può dirlo, il calcio non è una scienza esatta) si trovano ai vertici della classifica. La prima a Sarzana, una sconfitta che non ha distrutto il morale dei nostri nonostante i commenti post-gara parlassero di squadra non di categoria. Poi la prima in casa, con quel pareggio che ha fatto esplodere il Forlano. La prima vera sensazione positiva della stagione: il pubblico di Stresa è con noi e soffre con noi anche sugli spalti. Contro il Chieri, ad Asti, lo Stresa ha giocato a grandi livelli. Solo il gol di Gasparri e l’errore dal dischetto hanno fatto si che l’avversario prevalesse. E si torna a casa, contro la corazzata Savona, con la prima in assoluto con un pubblico ospite. Tensione pre-gara che va oltre la gara. La struttura sarà adeguata ad ospitare i tifosi ospiti? Ce la faremo? E’ stata una settimana difficile per tutti, tanti interrogativi sono stati risolti solo vivendo ogni attimo. Altra prova superata, ma il risultato ha punito oltremodo i nostri ragazzi. Ma lo stadio si è alzato in piedi al cospetto dei propri eroi, in un applauso scrosciante nonostante la sconfitta. Segnali, tutti segnali che ci fanno capire che la direzione è quella giusta. Ed ecco che arriva lo “scontro” odierno. Due squadre che devono ottenere la vittoria. Il pareggio non serve nè al morale nè alla classifica. Lo stadio Walter Righi evoca vecchi ricordi nella mia mente. Mi ricordo anche com’ero vestita nell’anno della finale di Coppa Italia, quella partita vinta con il Verbania, dopo la quale con il mio cappottino nero, nuovo di qualche giorno, mi sono ritrovata sotto la doccia con i gemelli Fernandez a schizzare acqua ovunque. Stesso stadio, stesso spogliatoio e , col senno di poi, stesso risultato. Questa volta ho lasciato a casa la scaramanzia. Caffè pagato, ma soprattutto amuleto in arrivo. Perchè in una settimana come questa, il raggio di luce è arrivato a Borgaro con le sembianze della Fede. La mia amica, collega, Donna con la stessa mia passione. E come ogni volta, viviamo la partita braccio a braccio, anche se le nostre strade si sono allontanate. Lei continua nel mondo del calcio che conta, io continuo in ciò che conta per me. L’obiettivo e lo spirito rimangono i medesimi. Siamo lottatrici, lottiamo ovunque, anche nel fango che questo mondo ci sbatte addosso. E, di solito, vinciamo noi. E oggi ho assaporato con lei accanto la prima vittoria in serie D dei miei Blues. Miei, certo, perchè ognuno di questi ragazzi e la sua storia li vivo sulla pelle, nell’anima, nella mente, nel cuore. Passione pura, adrenalina a fiumi. Gioie e delusioni, ma tutto fa parte del gioco. Questo gioco meraviglioso e maledetto, questo mondo di passione, fatica e sofferenza, che però diventa il più bel mondo possibile. Un gioco. Il più bel gioco al mondo. Una vita, la vita che ho scelto e che sceglierei ancora. Io vivo di queste emozioni, di questa rabbia, di questa tensione. Tra tacchi e tacchetti. Sempre, una donna nel pallone.

Tra tacchi e tacchetti… pronti alla nuova avventura

tacchi-calcioImpossibile. E’ venerdì sera e forse mi rendo conto solo adesso che si sta davvero per iniziare la nuova stagione. Un avvio tormentato, ritardato dai guai del calcio, dei signori del calcio, che hanno tenuto in scacco tre categorie, tra professionisti e non, in un’estate torrida e asfissiante. Poi la decisione ultima di mantenere lo status quo dei campionati, nonostante la B a 19 squadre sia anti-statuto, nonostante le proteste, i ricorsi, le speranze che si sono rincorse per società amiche che, fino all’ultimo, hanno sperato di potersi riaffacciare alla cadetteria calcistica italiana. Rimane tutto così, come lo era un mese fa, con  tre settimane abbondanti in più di allenamenti nelle gambe, senza un ritmo partita affinato, rifinito solo da sporadiche amichevoli con squadre delle categorie più disparate. Questo blackout ha consentito anche allo Stresa di misurarsi con dei professionisti. Prima il Novara, poi il Gozzano. Due partite volute fortemente per non stoppare il lavoro fatto sul campo di allenamento. Due partite nate anche un po’ per caso, che però hanno consentito ai Blues di misurare le proprie forze ed accorgersi di qualche limite. Beh, non è certo una novità: giocare contro squadre attrezzate per una neofita della serie D mette di certo in mostra pregi e difetti. Così, a testa bassa, siamo tornati a lavorare per colmare lacune, per attrezzare al meglio la squadra, per fare delle modifiche in corsa. Proprio queste a volte sono il tasto dolente. Cambiare a pochi giorni dall’inizio dei giochi può provocare qualche malumore. Ma anche questo è il calcio. Se fatte in buona fede e soprattutto per il bene della squadra, le scelte a ridosso della deadline, seppur antipatiche, vengono accettate con meno ritrosia.

Siamo arrivati anche quest’anno alla vigilia della partenza. Domani la Juniores Nazionale andrà in scena nel nostro storico stadio. Il “Forlano” rinnovato è stato il pensiero prioritario negli ultimi mesi. I regolamenti federali impongono cambiamenti, la categoria necessita di attenzioni particolari. All’inizio sembrava un’impresa titanica. Ma da subito abbiamo avuto al nostro fianco un Comune attento e soprattutto appassionato e affezionato alla nostra “Sportiva”. E poi loro, i nostri Angeli, quelle persone che senza mai abbandonare i timori reverenziali nei confronti di un campionato che sta a ridosso del professionismo, si sono dedicate anima, testa e corpo a far sì che tutto potesse essere pronto per questo weekend.

Ci siamo. Ora tocca davvero solo a noi. Domani la Juniores, domenica la serie D, intrasferta in quello stadio di Sarzana che a vederlo in foto sembra ancor più maestoso se messo a confronto con i nostri campi periferici. Siamo in preda all’emozione, io, poi, lo sapete già, sono in prepartita da una settimana. Non sono certa di essere ancora pronta, so che sicuramente ho dimenticato qualcosa. Sono certa che l’emozione mi coglierà di sorpresa, azzannando le mie energie e mettendo a dura prova la mia resistenza. Eppure eccoci qui, eccomi qui. Sto cercando di mettere in ordine i pensieri, sto cercando di preparare la mia borsa, sto cercando di far cessare quel battito adrenalinico che da settimane mi tiene sveglia anche al notte con i pensieri per ciò che sarà. Un’esperienza nuova, una categoria che conosco troppo poco nello specifico.

Ma qui ripenso al mio lavoro. A quanto ho sgomitato per ottenere quelle competenze sulle quali ora mi faccio forza. E, proprio alla prima trasferta, sarò in terra ligure, dove ora lavora il mio mentore, la mia guida, il mio maestro. Mi basta ripensare alle sue parole, ai suoi insegnamenti, alla sua calma nobile, alla sua diplomazia. Mi ricordo ancora quando dall’alto della tribuna stampa di S.Siro, annuiva quando riuscivo a combinare qualcosa di buono. Credo di dovergli tutto, spero di poter un giorno ricambiare. Spero che un giorno possa essere orgoglioso di me.

#Divertiamoci

abbonamenti

Solo questione di ore. Tra meno di un giorno sarò nuovamente su una tribuna stampa, in uno stadio storico, al seguito dei miei Blues. La stanchezza che ha accompagnato la mia

estate, mi ha fatto perdere il senso del tempo, le emozioni che mi fanno battere il cuore. Tanti problemi da risolvere, poco, pochissimo tempo per riuscire a fare tutto. Ma siccome sono pignola e inarrestabile, eccomi qui. Sfinita, con la testa allo stadio ancora prima di partire. Una prima storica un po’ per tutti, con tanti dubbi, molte incertezze, ma tante e altrettante convinzioni: siamo qui, ce la giochiamo dalla prima all’ultima partita. Non leggete con aria pessimista queste mie parole. Se l’anno scorso abbiamo realizzato

un’impresa miracolosa, ora dobbiamo capire quanto siamo maturati da quella esperienza. E così mi approccio alla prima trasferta. Forse senza io, esser pronta, forse senza aver dato la giusta attenzione a quelle cose che invece mi contraddistinguono. Ma c’erano altre priorità. Quindi sono in posizione di ascolto, per apprendere in un solo respiro ciò che posso.

Work in progress

foto_promodRiflessioni sparse, perché rimetterle nell’ordine è quasi impossibile. Le sensazioni, le cose da fare, le preoccupazioni si accavallano, si sovrappongono, si azzerano e poi tornano.

Promozione in serie D

Ad un mese e mezzo da quella domenica ancora sembra di vivere un sogno. Ricordo ogni singolo attimo di quella gara, ricordo ogni sensazione. Bella e brutta. Ricordo l’espressione dei miei ragazzi al fischio finale, ma anche quella che avevano appena prima che iniziasse la partita. Una sorta di aurea lucente attorno ad ognuno di loro. I miei occhi, almeno, li ricordano così. Una stagione intensa, ricca di eventi, di parole, di immagini da archiviare nelle più belle pagine di un libro che, prima o poi, scriverò. L’epopea di un gruppo di sognatori, di persone perbene, di ragazzi con la testa sulle spalle e con i sani valori del calcio che piace a me. Qualcuno protagonista assoluto nel corso di tutta la stagione, qualcuno comprimario, a dividersi la scena, qualcun altro solo spettatore o poco utilizzato. Non per demeriti, ma per banali, semplici scelte che la domenica impone a chi si trova a lavorare in questo calcio. Un risultato oltremodo grande, oltremodo inatteso, ma assolutamente meritato. Sì, meritato, perché per fortuna ancora in questo mondo, il merito viene premiato. Una promozione nata giorno dopo giorno, dai piedi dei ragazzi, dalle intuizioni di un direttore sportivo, di un allenatore, di una società che han messo il gruppo prima di ogni altra singola scelta. E, credetemi, non è nulla di scontato. L’abbiamo detto, celebrato, ricordato in ogni dove. Abbiamo realizzato un sogno, senza cadere mai nell’incubo.

I preparativi

Ad un mese e mezzo da quella domenica, ma a molti mesi in più dalla prima vera sensazione che…qualcosa stava davvero per accadere, ci troviamo immersi in tutto ciò che comprende prepararsi per una stagione nuova in tutti i sensi. Una categoria che conosciamo solo per sentito dire, perché in oltre un secolo di storia, questo per la nostra società è il punto più alto mai raggiunto. Con la meticolosità del buon padre di famiglia, basandosi su valori importanti e su scelte ponderate, siamo partiti in questa nuova avventura. Ora più che mai è chiaro che ogni singola persona dovrà mettere a servizio di tutti gli altri le proprie conoscenze, le proprie competenze e la propria energia. Sì, energia, perché di questo stiamo parlando. Chi doveva fare i conti li ha fatti, chi doveva muoversi nel terreno paludoso della burocrazia, si è armato di stivali gommati per non affondare e procede dritto verso la meta, chi deve costruire un nuovo gruppo sta imbastendo rapporti, contatti e proposte. Ci siamo. Stiamo lavorando per cercare di vivere quest esperienza nel miglior modo possibile.

#sepuoisognarlopuoifarlo

Ripartiamo da qui, con lo stesso entusiasmo dei creatori di imprese. Ripartiamo dal fatto che le nostre scelte sono state ponderate dall’inizio,che la nostra entusiasmante epopea ha lasciato ormai il posto alla quotidiana realtà. Abbiamo sempre nel cuore la speranza che tutto ciò che abbiamo vissuto possa ripetersi, che intrapreso un cammino, questo non diventi improvvisamente più tortuoso e irto rispetto ai programmi. Ma non ci spaventa nulla. Camminiamo a schiena dritta e testa alta di fronte alle difficoltà, con la consapevolezza che tutto ciò che è in nostro potere, lo abbiamo fatto e lo faremo.

#Divertiamoci

Il nostro nuovo motto. Non possiamo sperare in cosa più bella che in una stagione divertente, motivante, stimolante. Abbiamo tanto da imparare e speriamo di poterlo fare cammin facendo. Senza mai perdere il sorriso o il sonno, senza mai farci trovare completamente impreparati, ma sempre con una via di fuga da qualsiasi difficoltà. Non ci sono persone giuste o sbagliate, ci sono solo persone che lavorano per passione e con passione ad un obiettivo comune.

Nuovi orizzonti

A noi, gruppo consolidato nel corso degli anni, si aggiungeranno persone nuove. Chi lavorerà sul campo, chi nel campo, chi in diversi campi. L’importante è trovare quell’amalgama che ci ha contraddistinti finora. L’importante è remare tutti nella medesima direzione. Qualcuno ha già salutato, lasciando un vuoto. Qualcuno si è già presentato, portando novità e freschezza. Qualcuno, seppur avvicinato, ha scelto altre strade, perché non sempre il nostro sogno coincide con quello degli altri. Lentamente tutto prende forma, lentamente tutto ripartirà nella nostra nuova sfida.

#prenDiqualcosa

Ripartiamo da qui. Anche da qui. Tutto ciò che arriverà, da qui al fischio d’inizio, è per noi una ricchezza inestimabile. Chiunque sceglierà di vestire i nostri colori, sarà parte della nostra famiglia. Ad ognuno di loro sapremo offrire qualcosa di unico, ognuno di loro ci renderà speciali.

Pronti, partenza, via!