Caro Fulvio ….. tatticamente hai messo un pullman davanti alla porta!

51754779-palo-della-porta

Ci ho messo una intera giornata prima di iniziare a scrivere. No, non sono andata a ripassare qualche breviario di tattica calcistica. Non perché non ne abbia bisogno, d’altronde non si smette mai di imparare, ma perché anche questa volta, il discorso va ben oltre la semplice giustificazione “il calcio si, commentare una partita si, la tattica no”. Ma poi, perché no? Che cosa una donna non capisce come un uomo? Ma siamo ancora a questo punto? Le caverne non ci abbandonano mai, proprio mai. Ma andiamo con ordine. Siccome non mi piace mai generalizzare, non sopporto nemmeno che altri lo facciano. Che ci siano delle persone (uomini o donne poco importa) che non siano in grado di sostenere digressioni sulla tattica calcistica, credo sia un dato di fatto. Mi capita ogni domenica di avere la conferma di questa sensazione. Ma tant’è. Se sbaglio io o qualche collega donna, allora è un problema, perché “non si può scrivere di calcio se non se ne conoscono le basi”. Se invece la difficoltà è insita in un essere umano di genere maschile “la tattica non serve a niente, il calcio è altro”. Eh, certo, comodo. Ma torniamo in tema. Nel corso di una nota trasmissione televisiva, un campione del mondo (perché uno lo è tutta la vita) ed ex calciatore, oggi giornalista e opinionista, Fulvio Collovati, magari credendo anche di trovare il consenso del pubblico e dei colleghi presenti, fa la sua battuta ad effetto: “Quando sento una donna, anche le mogli dei calciatori, parlare di tattica mi si rivolta lo stomaco. Non ce la faccio! Se tu parli della partita, di come è andata e cose così, bene. Ma non puoi parlare di tattica perché la donna non capisce come un uomo, non c’è niente da fare”. Ma andiamo ad analizzare le sue parole, per capire il motivo di tanta rabbia.

” Quando sento una donna, anche le mogli dei calciatori, parlare di tattica…”

Innanzitutto sia l’essere donna, che l’essere moglie di un calciatore, non comprende il fatto che la persona sia effettivamente acculturata in tema di pallone. Quindi, se iniziamo così a generalizzare, partiamo male. L’essere donna, ma anche l’essere uomo, non implica sapere o avere interesse relativamente al gioco del calcio. Quindi di oggettivo non c’è nulla e generalizzare è un gravissimo errore. L’essere moglie di un calciatore, è uno status che non implica, per osmosi, il conoscere il calcio. Ci sono tante mogli di calciatori che magari faticano a capire il senso della regola del fuorigioco, o parole come tackle, mezzala, mediana, trequarti … e via dicendo. Ma caro Fulvio, ti posso assicurare che anche tanti uomini non hanno la benché minima idea di questi concetti. Ma questo non mi è mai sembrato un problema. Ma soprattutto, l’esser moglie o marito di…. non implica avere stessi interessi, propensioni, idee.

” Una donna non capisce come un uomo”

Ah si? Allora povere noi, esseri inferiori. Il linguaggio del pallone è un linguaggio universale, ma come ogni linguaggio ha le sue regole, che devono essere imparate e rispettate per poter comunicare. Ci sono donne, ogni santa domenica, sabato, anticipo, posticipo, turno infrasettimanale, partite di Coppa e, chi più ne ha, più ne metta, che raccontano questo sport con una precisione tattica da far invidia ad un allenatore. Non ad un opinionista maschio, non a qualunque persona del settore, ma ad un allenatore che, secondo i canoni acquisiti e condivisi, con i mille limiti di ognuno, è l’equivalente al massimo esperto della materia. Ma tant’è …. siamo donne e non capiamo.

Ovviamente la televisione amplifica, ma chi in televisione ci sta, ci lavora, sa anche che il rischio che le proprie parole possano esser travisate, è dietro l’angolo. Allora, dopo le risate di un collega e il tentativo del conduttore di stemperare la tensione e portare l’argomento del contendere su un altro piano :”sei maschilista”, ci si aspetta una sorta di retromarcia, un rewind, per dirla alla Vasco Rossi, che riporti tutto al livello, al tenore, di una boutade mal riuscita. E invece no: l’apoteosi finale. Utile più per i social (che si scateneranno) che per tamponare il sangue sgorgante da una ferita aperta”Mia moglie non si è mai permessa di parlare di tattica(come dicevo prima, non si acquisiscono le competenze per osmosi) con tanto di tweet a supportare la metà della mela che si è persa nei meandri di un mondo discutibile, ” … mio marito ha parlato di tattica… La tattica spiegata da una donna non mi convince… Quando presentavo le trasmissioni di calcio non ho mai avuto la pretesa di spiegare il 4 4 2″. Ma buon per te che non l’hai fatto, Caterina, se non ti sentivi all’altezza. Ma questa è una tua scelta personale. Non una regola di vita. E non c’entra nulla l’essere più o meno maschilisti: questa si chiama arroganza pura, dettata magari dal fastidio di poter condividere con altri qualcosa del quale ti ritieni il massimo esperto, qualcosa che ti senti tuo e di chi, come te, ha vissuto certe esperienze.

Questo, tatticamente parlando, si chiama “mettere il pullman davanti alla porta”. Ed evitare così qualsiasi tentativo di confronto che possa scaturire anche in un dissacrante autogol.

Annunci

ROAD TO …..

gruppo_gol_braQuesto è sempre stato il ritornello della domenica, nei miei viaggi, più o meno corti, verso gli stadi di mezza Italia. Prima come tifosa, poi come giocatrice, poi come giornalista, ora come dirigente e addetta stampa dei Blues. I Blues sono i Blues, hanno ormai sbancato, nella classifica di gradimento, qualsiasi priorità. Perché quando una squadra la vivi, la senti tua, anche se non sei più tu a scendere in campo. Ognuno ha il suo compito, ognuno il suo ruolo, ognuno la sua visione. Tutte queste cose, però, devono coincidere nel bene più grande: la squadra. Le ambizioni personali, le giocate dei singoli, la voglia di emergere…. tutto passa in secondo piano. Tutto deve passare in secondo piano. Perché la forza della squadra, sono sì i singoli talenti, ma solo se questi vengono messi a disposizione di tutti. Ho scritto un pensiero, in privato, che esprimeva proprio questo concetto: ” tu dai tutto, ma non per te, ma per ognuno di noi”. Il concetto di gruppo, lo conosco bene. Soprattutto conosco e ne riconosco le grandissime potenzialità. Abbiamo vissuto un anno magico proprio grazie a questo. Non basta, ma quanto aiuta. Perché quando le gambe non vanno, quando le energie scarseggiano, quando moralmente ci si sente un po’ proiettati verso terra, sapere che non sei solo, sapere che hai al fianco un compagno pronto a sorreggerti, pronto a correre con te e per te, pronto a sostituirsi a te per il bene della squadra…tutto questo, anche le urla, i rimbrotti, le parolacce anche, tutto questo viene metabolizzato e anzi, diventa energia pura. Ed è questo il segreto. Se si è gruppo, se c’è la stima reciproca, se ci si fida in maniera incondizionata: non servono molte parole. Basta uno sguardo. Basta un gesto. Road to…. questa volta andiamo a Sanremo. #weareBlues #sepuoisognarlopuoifarlo

IL CALCIO AI TEMPI DELLE CAVERNE

Ho dovuto attendere parecchie ore, durante le quali ho preferito finire di leggere gli ultimi capitoli di un libro iniziato proprio durante una trasferta in pullman con la mia squadra, prima di trovare la calma lucidità, priva della rabbia che mi ha scatenato la prima lettura, per i contenuti di un articolo pubblicato questa mattina su un quotidiano. Purtroppo la sensazione è ancora quella, l’espressione che scaturisce alla rilettura ennesima di un così becero tentativo di commento ad un tema scottante, non cambia di una virgola: “ma siamo tornati ai tempi delle caverne o semplicemente non ce ne siamo mai allontanati?”. Ora mi spiego, inserendo il testo che mi ha provocato questo sdegno imperante che accompagna i miei pensieri dalle prime luci di questa giornata.

ALLE SIGNORE VA CONCESSO TUTTO MA LASCINO IL CALCIO A NOI MASCHI

Va a finire che Juventus-Milan, partita di Supercoppa che si giocherà a Gedda mercoledì 16 gennaio, aiuterà le donne dell’Arabia Saudita nel difficile processo di emancipazione e parità di diritti.

Fonti recenti sostengono che le tifose potranno recarsi da sole allo stadio in settori predisposti e non necessariamente in compagnia dei maschi. Potrebbe essere addirittura il primo evento sportivo che deroghi da regole di solito ben più restrittive. Dove non può  la politica, riesce lo sport.La sede del match, peraltro, è stata fissata più di sei mesi fa e la situazione non era diversa da oggi. È ben noto il ruolo delle donne nel mondo arabo, ogni commento appare superfluo, non a caso alcuni (solo alcuni) hanno parlato di civiltà inconciliabili proprio a partire dagli elementari diritti civili. Argomenti di solito piuttosto impopolari in certi ambienti, però quando c’è di mezzo il pallone il discorso cambia. Soldi, affari, diritti tv, relazioni internazionali, apertura a nuovi mercati sono argomenti che non fanno breccia, anzi il calcio torna a essere figlio del demonio perché nel suo nome si tollera ogni genere di sopruso.E noi occidentali tutti ci schieriamo compatti contro la discriminazione sessista, scoprendo che sì, persino gli intellettuali che non sanno neppure se un pallone è tondo o quadrato, che cos’è il fuorigioco, che cos’è la var, giornalisti, scrittori, politici, opinionisti, tutti ma proprio tutti, sentono la necessità di dire la loro sulla «scandalosa» finale in Arabia, un’indignazione che monta da sinistra a destra, nessuno escluso. E già così c’è qualcosa che non va, perché l’indignazione condivisa suona contronatura. Se si applicasse il criterio politico non si giocherebbero i prossimi mondiali in Qatar, non si sarebbero giocati in Russia, non si sarebbero disputate le Olimpiadi in Cina. Parlando invece di sport, le tifose arabe di Cristiano Ronaldo e Gigio Donnarumma avranno la possibilità di vedere i loro eroi dal vivo, commentandone le gesta allo stadio. Di un gioco, va detto, storicamente appannaggio di noi maschi, che almeno nella famosa «partita di pallone» potevamo trovare un mondo senza donne in cui bestemmiare, incazzarci, gioire con cameratesca partecipazione, uno spazio che solo gli uomini sanno utilizzare con quella follia e quell’ossessione che alle donne, a quasi tutte le donne, è sconosciuta. Noi maschi siamo tagliati con l’accetta. Ci sono cose da donne (il corso di danza, l’attenzione psicologica, l’alimentazione alternativa, gli agriturismi) e cose da uomini (il metal, le moto, birra e würstel e appunto il calcio). Nel pallone loro guardano i belli, da Cabrini a Beckham, oggi CR7, e già questo ci infastidisce. Per carità, niente sessismo, ma lo stadio come universo di soli uomini è qualcosa di radicato nella mente malata di noi tifosi, che peraltro non smaniamo per partecipare alle sfilate di moda o a un corso di pilates.

Partiamo dal titolo. “Alle signore va concesso tutto ma lascino il calcio a noi maschi”. Iniziamo proprio bene. Come se chi scrive queste parole, fosse nella posizione di poter “concedere” qualcosa a qualcuno. Questo vorrebbe dire che quel qualcosa è di sua esclusiva pertinenza o proprietà. Va concesso tutto: errore madornale. Una donna non ha bisogno di concessioni. Una donna così come un uomo, ha la stessa possibilità di ottenere i medesimi risultati, i medesimi obiettivi, se le capacità personali supportano la sfida. Una donna può conquistare con fatica, impegno, lavoro, abnegazione qualsiasi cosa, in qualsiasi campo. Basta parlare di concessioni, di vie facilitate, di quote rosa: ne abbiamo fin sopra i capelli.  Ci offende anche il solo pensiero che il nostro lavoro possa essere una concessione. Usciamo dalle caverne, è ora. E questo, ovviamente, a prescindere dal contenuto prettamente legato al mondo del calcio che ora invece affronterò.

Il calcio nasce in un contesto storicamente maschile. E fino a questo punto, nessuno può obiettare una verità assodata. Usi e costumi dell’epoca, compresi le mode e la moda, relegavano le donne entro le mura domestiche, ad occuparsi di altre faccende. Basti guardare con quali battaglie le donne siano riuscite ad emanciparsi anche a livello culturale, per il diritto ad una istruzione, per il diritto di voto (giunto talmente tardi da vergognarsi). Erano tempi in cui l’organizzazione sociale e politica ruotava attorno al ruolo del maschio, nella famiglia, nella società, nella politica, nell’istruzione. Ma stiamo parlando di oltre un secolo fa.

Le cose, da allora, sono cambiate. In ogni ambito. Uomini e donne trovano il loro posto nel mondo in base alle inclinazioni personali, alle competenze, ai gusti anche. Ci sono uomini che si realizzano  in ambiti che fino a qualche lustro fa erano connotazione esclusiva del mondo femminile  e ci sono donne che hanno sviluppato interessi in ambiti che, sempre a ritroso nel tempo, venivano contestualizzati come prettamente maschili. Ma tutto questo non sconvolge. O meglio: sconvolge in parte, ma lo si accetta in quanto parte di un processo inarrestabile di sviluppo sociale.

Bene.

Torniamo allora al discorso delle concessioni: l’autore dell’articolo dovrebbe potermi spiegare il motivo per cui, lui o il titolista, abbiano usato un’espressione così anacronistica, degna di un sovrano,di un pontefice, di un santo. Il concedere. Si concede un diritto in monarchia, una dispensa nel mondo clericale, il perdono di fronte ad un crimine, ad una ingiustizia, se si è parte della schiera dei santi.

Ma il concedere collegato all’ambito calcistico, proprio non lo tollero. E a maggior ragione non lo tollero perché da anni io e le donne come me, lavorano con la stessa passione, con la stessa abnegazione, con le stesse competenze (e a volte anche con maggiori competenze, ma apriremmo un capitolo ulteriore di scontro), ma soprattutto con lo stesso modus vivendi di qualsiasi altro maschio nello stesso ruolo. Maschio, non uomo. Perché l’autore del pezzo mi porta a fare del sessismo inverso.

E vi spiego anche il motivo per cui si scatena la rabbia.

“ …Di un gioco, va detto, storicamente appannaggio di noi maschi, che almeno nella famosa «partita di pallone» potevamo trovare un mondo senza donne in cui bestemmiare, incazzarci, gioire con cameratesca partecipazione, uno spazio che solo gli uomini sanno utilizzare con quella follia e quell’ossessione che alle donne, a quasi tutte le donne, è sconosciuta”.

Il “quasi tutte le donne”, non salva l’intento di esprimere un concetto che dichiaratamente esclude la possibilità di smentita. Ma che, nella sua essenza è rimasto fossilizzato ad una società che non esiste più. Siamo nel 2019, sono cambiati usi e costumi, sono cambiati gli interessi, purtroppo sono cambiate anche le tipologie di espressione. E dico purtroppo in quanto lo sproloquio non conosce più genere o ambiente. Ci pervade. Sintomo di una sottocultura dilagante, talvolta nel tentativo di incidere, convincere o esprimere in modo imperativo i propri pensieri.

Ma non finisce qui, perché l’apoteosi arriva alla fine.

Ci sono cose da donne (il corso di danza, l’attenzione psicologica, l’alimentazione alternativa, gli agriturismi) e cose da uomini (il metal, le moto, birra e würstel e appunto il calcio). Nel pallone loro guardano i belli, da Cabrini a Beckham, oggi CR7, e già questo ci infastidisce. Per carità, niente sessismo, ma lo stadio come universo di soli uomini è qualcosa di radicato nella mente malata di noi tifosi, che peraltro non smaniamo per partecipare alle sfilate di moda o a un corso di pilates.

Caro autore, mi sa che  conviene fare un’indagine approfondita su quali siano i numeri delle attività che enunci quali esclusive per i due sessi. Troverai una grande sorpresa. La stessa che avresti analizzando i momenti storici nei quali si sono espressi Cabrini, Beckham e CR7. Hai fatto di tutta l’erba un fascio. Ti sei forse dimenticato che l’arco temporale tra le gesta di Cabrini e CR7 comprende anche l’avvento della tv nel calcio che ha reso fruibile a chiunque la bellezza di questo sport e non solo dei suoi protagonisti? Non ti sfiora minimamente l’idea che anche una donna possa appassionarsi in maniera folle a questo sport? No, non ti sfiora l’idea, perché l’opinione che hai delle donne, traspare in maniera lampante dalle tue parole. Basta leggere tra le righe.

Il dramma vero è che tutto nasce dalla polemica innescata sul mancato diritto delle donne arabe di poter andare da sole allo stadio. Ma tutto finisce nello stesso modo: il diritto negato ancora una volta alle donne di poter essere parte di questo mondo.

SLIDING DOORS

La luce del nuovo giorno

L’ultimo giorno dell’anno. Arriva sempre quel momento in cui tutti dobbiamo fare una sorta di bilancio della nostra vita. Che sia quotidiano, intimo, lavorativo, dopo un evento o dopo un percorso. Arriva per tutti quel momento. Per me l’ultimo giorno dell’anno equivale sempre alla fine di un capitolo. Infatti scrivo l’ennesima pagina della mia vita. Che poi equivalga o meno alla fine di un capitolo, lo dirà solo il futuro. Quello che sta per terminare è stato un anno intenso. A livello emotivo e a livello sportivo soprattutto. E tutto è accaduto nello spazio di qualche giorno. Sul calendario la settimana di aprile che accompagna al primo di maggio, è cerchiata in rosso. La vittoria del campionato di Eccellenza e l’approdo in serie D, una gioia infinita, una soddisfazione professionale, un obiettivo inatteso che lancia a tutti noi una nuova sfida. E poi il mio 44^ compleanno. Giorno che ricorderò per sempre, per la sorpresa che mi è stata fatta, per le lacrime di gioia che ho visto scorrere, per la riunione delle anime care, in attesa di quella globale che, di fatto, si è appena conclusa. Non entro volutamente nel merito, tanto chi ha vissuto con me quei momenti, sa di chi o cosa io stia parlando. Ma torniamo ai bilanci di fine anno, a quella voglia di chiedersi: ma se fosse andata diversamente? Se avessimo fatto scelte diverse? Ed ecco il concetto cinematografico di Sliding Doors, con la grande curiosità di sapere se, la scelta fatta la bivio sia stata, effettivamente, la migliore. Ho una certezza: il 2018 è stato un anno di soddisfazioni, che però hanno lasciato il mio Io in un angolo dimenticato. Ho scritto troppo poco, mi sono dedicata troppo poco a me stessa. Ho realizzato molti altri progetti, ma in questo modo mi sono dimenticata di me. E così voglio che da domani, Giulia torni ad essere la protagonista della propria vita. Basta accantonare sogni, progetti, appuntamenti o banali impegni. Ogni cosa dovrò affrontarla con la convinzione di star facendo qualcosa di utile, sì, ma di importante anche per me stessa. Non pensiate che io stia parlando di chissà che stravolgimenti. Vorrei solo trovare il tempo per fare quelle cose che mi piace tanto fare, leggere ad esempio. Scrivere, ad esempio. Condividere le mie ore libere con le persone a me care. E qui veniamo al punto dolente di quello che è ormai la cornice della mia vita da anni. Lavoro in un mondo prettamente maschile: ed è una gran fortuna da un certo punto di vista. Ma questo mondo, nonostante tutto, talvolta mi emargina. La solitudine non mi spaventa e mai lo farà… fino a quando saprò chi sono, cosa voglio e soprattutto fino a quando avrò la consapevolezza di poter avere energie a sufficienza per gestire ogni singolo evento. Ma la felicità è altra cosa. Mi mancano alcuni stimoli che prima avevo e che ora sono io a dover dare. Mi manca il confronto con persone che abbiano in comune con me l’approccio alla vita, alle persone, la passione per ciò che faccio. Mi manca talvolta, sentirmi parte integrante e a tutto tondo di ogni minimo dettaglio. Mi manca l’approccio culturale con menti pensanti e con cuori traboccanti di passione. Non è giusto generalizzare, ma a volte è più semplice. Voglio togliere le negatività imperanti nella mia quotidianità, voglio tornare libera di scegliere cosa fare e a chi dedicare la mia attenzione. E non è cosa facile, anzi. E’ impresa titanica, perché la vita ci costringe al compromesso per poter andare avanti. Ma io di certi compromessi voglio poter fare a meno, soprattutto in un campo, come quello degli affetti, dove l’unico compromesso deve essere la felicità e la realizzazione personale. Così voglio approcciarmi a questo 2019 con la consapevolezza di essere una persona che conosce perfettamente ogni sfaccettatura del proprio essere. Voglio tornare ad aprire le porte a ciò che di bello la vita può regalarmi. Dovrei farlo senza pormi troppe domande, senza avere la presunzione di poter progettare tutto nel minimo dettaglio. A volte lasciarsi guidare dal carpe diem è la cosa migliore per godere appieno delle opportunità che la vita mi propone. Devo imparare a lasciarmi scivolare addosso le responsabilità di altri, voglio tornare a potermi concedere, come persona, solo a chi si dimostra degno della mia attenzione. Solo a chi si può prendere cura delle mie fragilità e a chi sa capire i miei limiti per farli diventare punti di forza. Basta rapporti di facciata, basta guerre di carattere. Quel sorriso che mi è stato ridato, deve essere il leit motiv della mia esistenza. Difficile. L’obiettivo che mi sto ponendo è come affrontare una maratona in salita, una partita contro vento, una discesa senza freni. Ho bisogno di persone che possano arricchirmi, che non mi trattino come spugna pronta ad assorbire tutti i loro problemi, le loro ansie, le loro preoccupazioni. Devo scegliere, voglio scegliere di mettermi al primo posto nella lista delle priorità. Voglio tornare ad essere considerata snob, se questa sensazione è scaturita, come in passato, dal mio atteggiamento atto a circondarmi solo delle cose che mi fanno star bene. In questo senso, e solo in questo, voglio che quelle sliding doors siano sempre lì, davanti a me, a ricordarmi che esiste sempre la seconda versione della stessa storia, ma che quella che ho scelto di vivere è la mia vita. E non quella che altri vorrebbero per me.

Non c’è limite al peggio.

Firenze una volta era patria di grandi intellettuali, artisti, letterati. E ora? Il degrado culturale colpisce anche una delle culle della nostra cultura. Due episodi che lasciano l’amaro in bocca e lo sdegno nel cuore. Perchè vanno oltre i colori di una cavolo di maglietta da calcio. Le frasi apparse ieri, che subito hanno fatto il giro del mondo via web, dimostrano molte cose. Innanzitutto l’ignoranza, nel senso stretto del termine, di chi le ha scritte. Perchè dallo stile emerso su quel muro, è chiaro che l’autore non sa nemmeno chi sia Scirea o cosa sia effettivamente successo in quel maledetto stadio. L’ignoranza, nel senso più ampio del termine, coinvolge poi gruppi di disadattati culturali che siedono sugli spalti di ogni stadio. Perchè, un conto sono i cori ironici (e ricordiamoci che per essere ironici, bisogna avere una finezza intellettiva non comune) e un conto è appellarsi ai drammi del passato, senza nemmeno rendersene conto. E qui, in un momento storico dove sembra che tutto possa sfociare nel razzismo, sia esso identificato con il colore della pelle o con l’appartenenza territoriale,ci si dimentica che ci sono altrettante espressioni che corrodono l’animo di chi le ascolta e le legge. Nel giorno dedicato alla violenza sulle donne, ancora Firenze si rende protagonista in negativo con cori irripetibili nei confronti di una giocatrice che, come unico “difetto” porta la maglia bianconera. E allora ritorno alla mia idea iniziale, ovvero: non servono celebrazioni mondiali per qualcosa che dovrebbe essere parte del nostro essere: il rispetto verso chiunque, dovrebbe far parte della nostra anima, della nostra intelligenza, del nostro essere umani. E tutto questo, purtroppo, fa parte di un processo che pare inarrestabile, Quell’omologazione culturale verso punti sempre più bassi, dettata dall’assenza di regole inequivocabili, di pene certe e di esempi da seguire. Abbiamo perso in una manciata di lustri l’apparato culturale millenario.

Carolina e Rino. Stessi colori, stessa passione.

WhatsApp Image 2018-11-03 at 20.40.17

Ognuno ha i suoi luoghi del cuore. Il mio, uno dei miei, è Milanello. Ritorno con la memoria a quel 17 marzo 2003, quando per la prima volta ne ho solcato il cancello. Non riesco ancora a dominare l’emozione, nemmeno ora, dopo 15 anni. Ogni volta devo cercare di controllare i battiti del mio cuore. In fondo dopo tanti anni, sembra ingiustificata l’emozione puerile di entrare in quello che, per molti ancora oggi, è un luogo al pari del mistico. Mercoledì sera la partita a S.Siro, contro quel Genoa che sembrava potesse addirittura far bottino. Un tocco sciagurato che fa capitolare nella nostra rete un pallone stregato. “Cavoli – dico al mio vicino di postazione – qui ci vorrebbe proprio il gol di Romagnoli, così il Capitano si toglie i fantasmi dal cuore”. E quando ormai la gente cominciava ad abbandonare gli spalti, ecco che accade ciò che ormai non ti aspetti più: Romagnoli porta in vantaggio il Diavolo, per l’apoteosi finale, per quella scarica di adrenalina che ancora sento scorrere nelle vene. Il Milan vince, Gattuso in conferenza post gara, trasuda emozione e passione in ogni sua parola. In troppi, forse, parlano di lui ancora al trapassato remoto, tornando ai tempi di quando, quel campo, lo calcava davvero. Ora si limita a percorrere un numero infinito di volte l’area tecnica, rincorrendo poi i suoi ragazzi a fine gara per un abbraccio, una pacca sul collo, un sorriso.

Dopo l’emozione, oggi il mio calcio mi dà nuovamente tregua e allora visti gli orari della conferenza, mi metto in macchina sotto la pioggia battente. Devo tornare a Milanello, voglio sentire ancora le parole di Rino. Ma non solo. Mi comunicano che dopo di lui parlerà anche Carolina Morace, il tecnico della nostra squadra femminile. Nostra: certo, perchè il rosso e il nero sono i miei colori, in qualsiasi declinazione. E la mente torna immediatamente a una trentina di anni fa, quando la Morace calcava come una tigre i campi più o meno verdi, sui quali andavano in scena i campionati femminili. Non c’era la tecnologia di oggi, le sue prodezze arrivavano a noi, che giocavamo o che eravamo in procinto di poter essere iniziate a questo sport, con il contagocce. La maggior parte delle notizie erano racconti, qualche articolo sui giornali locali. Poco altro. Poca mediaticità, tanta passione. Ma la sua grinta, la sua tenacia, la sua grande passione e il suo inimitabile modo di giocare e dominare il campo, il suo essere attaccante vera, con il club o con la maglia della nostra Nazionale, quei racconti raggiungevano anche gli spogliatoi di periferia e di certo, il suo nome lo conoscevamo tutte. Erano i tempi del Verona, del Tavagnacco, della Torres, realtà che dominavano in lungo e in largo il panorama rosa del calcio.

E così oggi arrivo a quel cancello, consapevole di poter addirittura parlare con uno dei miei miti di ragazza. Carolina l’ho incrociata altre volte, sempre in tribune di stadi calcati non più da calciatrice, ma da tecnico o inviata. L’ultima volta la ricordo benissimo. Pochi mesi fa, a Novara, durante la finale scudetto tra Juventus e Brescia. Era in cabina tv, la osservavo dalla mia postazione, senza avere il coraggio di aprire quella porta per farle anche solo un saluto. Sono fatta così, io. Vivo con molta emozione e rispetto ciò che mi circonda. Non mi piace invadere in modo dirompente lo spazio altrui. Soprattutto lo spazio sacro di persone che sono note e che suscitano in me una sorta di rispetto e sacro timore. Come se, toccando il mito, questo potesse scomparire. Insomma, oggi con quel microfono in mano mi sono anche dilungata oltremodo (scusatemi) nel cercare di esprimere un concetto e di portare la domanda su binari consoni alla grande sfida di domani. Allo stadio Ossola di Varese, che un un po’ mio lo sento ancora, va in scena Milan- Juventus. Un’occasione importante per questo calcio rosa che, rispetto a quello che si segue in altre parti di Europa, deve colmare un gap lungo almeno dieci anni. Eppure per la prima volta, dopo anni di tentativi, credo che siamo sulla strada giusta. Forse, anche, sta passando di moda l’idea di dover per forza paragonare il calcio delle Ladies con quello prettamente Maschile. L’errore più grande fatto fino ad ora. Il termine di paragone del nuovo calcio femminile, sotto l’egida della FIGC, non può e non deve essere l’omologo maschile. Altrimenti la battaglia è persa in partenza. Ma mi si consenta: dopo una breve chiacchierata con quella che è stata una delle calciatrici più rappresentative di questo movimento, su una cosa siamo d’accordo. Una cosa che però accomuna i due mondi: il calcio è diventato tutto tecnica e prestanza o preparazione fisica. Manca quel sacro ardore, quella fame di dimostrare il proprio valore, quel “ringhio” di orgoglio di fronte al pallone. Eppure proprio queste cose accomunano i due tecnici che si sono confrontati oggi. Rino e Carolina: allenatori di un calcio moderno, diverso sicuramente da quello che hanno giocato loro, con in comune la grande tenacia, la grande voglia, gli occhi della tigre di fronte all’avversario. Che poi, se mentre parlano li guardate negli occhi, la vedrete anche voi quella luce sfavillante. Quella luce che delinea la via da seguire, che può riportare un po’ di passione ad un calcio che, già privo di bandiere, potrebbe così ritrovare quei sani valori, quella competizione raccontata ormai quasi solo nelle pagine di biografie più o meno impolverate, ma che però infiammano ancora i nostri animi e ci regalano il ricordo di un’emozione profonda.

#IMPERATIVOCATEGORICO

154510-181020-22Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e accuratamente la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me e la legge morale in me. Queste due cose io non ho bisogno di cercarle e semplicemente supporle come fossero avvolte nell’oscurità […] io le vedo davanti a me e le connetto immediatamente con la coscienza della mia esistenzaI. Kant

So che sarete in più d’uno a chiedervi che nesso possa esserci  tra un pieghevole contenente notizie sulla partita odierna e, addirittura, uno dei filosofi più complessi della storia della filosofia.  Ebbene,  un nesso c’è sempre quando si parla di filosofia. Il brano di Kant  scelto è tratto dalla Critica della Ragion Pratica. Il motivo per cui mi ha sempre ispirata è  l’universalità dei concetti espressi. Soprattutto quando si parla di morale, massime ed imperativi. Alla base della morale, c’è la ragione, capace di determinare la volontà e l’azione etica. Kant nel suo trattato cerca di dimostrare che la ragione può muovere la volontà a prescindere da motivi esterni o dettati da impulsi e sensibilità.  L’azione morale, per essere tale, deve fare riferimento a regole generali universali alle quali sottostanno  massime ed imperativi. Le massime sono soggettive, mentre gli imperativi son principi oggettivi, ossia regole, doveri che non si lasciano influenzare  da aspetti emozionali o di convenienza. Gli imperativi possono essere ipotetici se determinano la volontà al raggiungimento di obiettivi. “Se vuoi vincere la gara, allenati”, ad esempio. Esistono tuttavia degli imperativi che vengono definiti  categorici “devi perché devi”, “devi e basta”. Questi non indirizzano la volontà nell’ottenimento di uno scopo, sia esso nobile,  o legato alla contingenza di emozioni e pensieri. Questi imperativi consentono all’uomo di tendere verso il sommo Bene.  Sempre Kant, rafforza i presupposti degli imperativi categorici affermando: “Agisci in modo da considerare l’umanità, sia nella tua persona, sia nella persona di ogni altro, come scopo, mai come semplice mezzo”. E ancora “ La legge morale dentro di noi non deriva da alcunché di anteriore, se non dal fatto che siamo esseri liberi, possiamo perché dobbiamo e dobbiamo perché possiamo liberamente scegliere”. Morale, esseri liberi,liberi di scegliere e di sbagliare, anche, purché ispirati da una volontà incondizionata e superiore ad ogni condizionamento effimero.

E allora partiamo dall’imperativo ipotetico, “se vuoi vincere la gara, allenati” per poi cercare di raggiungere quell’imperativo categorico “devi e basta” suffragato dalla legge morale presente ex ante dentro di noi.

Siamo consapevoli che il nostro cammino sia in salita, siamo consapevoli che il nostro percorso è ricco di ostacoli. Ma non sarà questa certezza a scardinare i nostri valori, non saranno le circostanze a modificare la nostra etica. Siamo esseri liberi ed eticamente e moralmente consapevoli. Tendiamo ad uno scopo, non fermiamoci alla banale scelta del mezzo mediante il quale ottenerlo.

(da “Noi dello Stresa” partita Stresa – Sanremo sospesa per campo allagato. Autore: Giulia Polloli)